“Danza macabra” di Dan Simmons

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Siamo nell’America degli anni’80 e tre amici si ritrovano per fare il conteggio annuale del loro gioco preferito: quanti morti hai provocato? Perché i tre sono dei vampiri, vampiri mentali, capaci di manipolare e manovrare le persone per il proprio bisogno e divertimento; e più uccidono e più si rinforzano e rimangono giovani. Una notte però qualcosa fra i tre si rompe e da amici diventano avversari, coinvolgendo umani ignari della faccenda. Sono 2 umani a svolgere l’indagine e capire come funziona sia il Gioco che i loro poteri: la giovane Natalie Preston, figlia di una vittima inconsapevole del gioco, e Saul Laski, psicologo ebreo reduce dai lager ma anche pedina di uno dei tre. A loro si affiancheranno o li contrasteranno altre storie di vittime e vampiri.

Un corposo volume di 800 pagine e una storia lunga e complessa che non annoia, in quanto racconto corale di una vicenda horror con tutti gli stilemi del caso: violenza, prevaricazione, assenza di senso morale, vendetta, inevitabile sentimento di sconfitta, morte. Un continuo altalenarsi di capitoli dedicati ai buoni e altri ai cattivi, cercando di capirne i pensieri e le motivazioni, aspettando l’intracciarsi dei filoni e la conseguente catarsi finale. Ovviamente quando cambiavano i narratori, cambiava lo stile e il modo di parlare e ho trovato questo modo di raccontare la vicenda in un primo tempo destabilizzante, ma in breve tempo ho apprezzato il meccanismo: i protagonisti vengono caratterizzati non solo dal loro agire e dalla loro appartenenza (buoni-cattivi, umani-vampiri), ma anche dai loro pensieri e il loro modo di comunciarli, rendendoli più credibili.

Al tema principale esiste uno secondario legato alla questione ebraica, affrontando sia lo sterminio ebraico, la costituzione di Israele, la vendetta dei superstiti, i metodi non proprio ortodossi del Mossad. Senza mai giudicare, anche quando lo scrittore descrive in modo negativo azioni e atteggiamenti e provoca nel raccontarli, questo secondo filone non raro in certa letteratura di genere (mi vien da pensare che Del Toro abbia pescato qualcosa anche qua), aggiunge un qualcosa di realistico al romanzo. Mi fa sempre uno strano effetto quando nei romanzi horror si “riscrive” la vicenda dello sterminio degli ebrei in ottica paranormale: sembra quasi che si voglia trovare una sorta di “giustificazione” a tutto l’orrore che si è compiuto, non riuscendo a metabolizzare che sia stato voluto e attuato da soli umani. D’altro canto è stato un periodo talmente oscuro e basso della storia umana che è quasi facile volerne fare una storia nera e paranormale, pescando dalla fantasia e dai miti, arrivando a una sorta di catarsi letteraria.

La mole del romanzo mi ha inizialmente spaventato e non riuscivo a capire cosa ci fosse di così importante da impiegare così tante pagine, eppure, pur limando qualcosina, tutte le pagine servono: la presentazione dei protagonisti, la loro evoluzione, l’intrecciarsi delle diverse vicende, la lotta e la vendetta, sono tutti momenti che necessitavano giustamente il tempo e lo spazio, per quanto la vicenda temporale si svolga più o meno entro 1 anno dall’inizio. E infine il discrime per me di ogni romanzo di questo genere: il finale. Beh regge, e spaventa.

Anche la scelta di modificare il metodo di nutrimento dei vampiri in primis stranisce, ma poi viene così ben descritto e gestito che diventa quasi più credibile del mero succhiar sangue: sposta il rapporto carnefice-vittima da un interesse quasi esclusivamente di stampo erotico, in cui la vittima affascinata e sopraffatta cede quasi volontariamente, a un mero utilizzo violento e distruttivo, dove la vittima agisce senza mai opporsi e soccombe nel peggiore dei modi. L’autore quindi riporta la visione del vampiro in ottica totalmente negativa, anche se non tocca l’argomento non-morte, non fa capire come muoiano (se basta la distruzione del corpo o l’inedia causata dalla mancanza di manipolazione), fa comprendere come rigenerino e soprattutto dà vaghi indizi di come nascano. Crea quindi un mostro capace di mascherarsi in mezzo a noi, di viverci a fianco, di occupare anche posizioni di rilievo, di manipolare singoli e moltitudini, rivestendo la figura di deus ex machina negativo.

Dan Simmons confeziona una vera pietra migliare del genere dedicato ai vampiri, vincendo il premio Bram Stoker nel 1989 e il premio Locus per il miglior romanzo horror nel 1990.

Voto: 8 Raramente mi spingo così in altro coi voti, ma questo li vale tutti, pur non dimenticando qualche difetto nella trama legato allo svelamento del potere dei vampiri da parte degli eroi: difetto giustificato, perché se reso più realistico avrebbe rallentato inutilmente la narrazione.

Consigliato: Agli appassionati del genere horror duro, dei vampiri brutti e cattivi e di coloro che amano le storie complesse.

“Giustizia non vendetta” di Simon Wiesenthal

Ho pensato a lungo se scrivere o meno questa recensione e dove scriverla (se in questo blog di recensioni o nell’altro di ricostruzione storica), perché il “perché” mi è sempre stato chiaro sin dal momento in cui ho preso in prestito il libro in biblioteca.

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Il libro è tosto, come tutti i libri di storia che raccontano esperienze, biografie, ma in più è tosto perché il punto di vista del narratore non è quello distaccato di uno studioso, né del politico che vuole convincere qualcuno dalla sua parte: questo è il racconto di un uomo qualsiasi che si è trovato di fronte all’Orrore più grande che potesse immaginare, dal quale ne è uscito in modo inspiegabile (S.W. racconta più volte il suo stupore quando la morte lo ha sfiorato e comunque lasciato andare) e che ha trasformato la sua vita non solo perché non si ripetesse più, ma perché il mondo degli uomini avesse finalmente il suo ordine costituito. Il titolo non è di certo messo a caso, perché per quanto tutto sembri una “banale” susseguirsi di dossier, per quanto si cerchi il “pettegolezzo storico” che ci metta tutti in pace, per quanto uno possa cercare le pieghe del significato di “cacciatori di nazisti”, questo libro si basa tutto sulla giustizia e sul suo concetto.

Quando si pensa agli episodi dei campi di concentramento e di sterminio messi in atto dai nazisti viene naturale pensare (se siete persone normali che aborrite quello che è successo) che “devono essere sterminati tutti alla stessa maniera e bla bla bla”: la rabbia prende il sopravvento su tutto, sulla logica, sui millenni di società civile, sul diritto, sulla Legge/legge. E’ un istinto naturale, un modo per mettere dei paletti fra noi e loro, un senso di non appartenenza alla stessa razza umana. Ma non è così. Che ci piaccia o meno carnefici e vittime sono tutte appartenenti allo stesso piano umano, ma non allo stesso piano morale. Per ristabilire il senso di quello che è successo, per ridare dignità alle vittime e ai loro parenti, per ridare valore alla società che si è costituita dopo la seconda guerra mondiale, era doveroso avere una serie di processi che rimettessero in ordine le cose. Il processo di Norimberga è stato uno dei pezzi di questo intricato puzzle che ci ha permesso di uscire dalle ceneri del post fascismo e nazismo, ma non è stato l’unico, visto che molti nazisti sfuggirono alle maglie degli alleati.

Simon Wiesenthal con un muro evocativo del suo vero lavoro: cercare prove e testimonianze.

Simon Wiesenthal mette in atto una vera organizzazione, vaglia ogni dossier, controlla meticolosamente ogni singola foto parola sensazione; non gli bastano i “secondo me”, lui vuole le prove, perché con le prove non si scappa, con le prove si può inchiodare chi uccise, con crudeltà e disprezzo della Vita, non un singolo nemico in campo di battaglia, ma migliaia di uomini e donne rei di essere “diversi”. Questa sua meticolosa ricerca delle prove inconfutabili è prova di serietà e di precisione, le stesse doti con cui ha smontato false accuse per fini politici. E questa ricerca della giustizia (perché da lì non ci si schioda mai, nemmeno un momento) lo porta ad analizzare il fenomeno dell’antisemitismo: come sopravvive, malgrado tutti i tentativi di estirparlo, anche dopo il nazismo. Vede con paura come niente in realtà sia mutato e come anche dopo la guerra, in quei giovani che non l’hanno vissuta ci siano gli stessi sintomi dell’antisemitismo, come se fosse un cancro che non si può estirpare. Qualcuno potrebbe accusare l’autore di “essere di parte”, ma nemmeno questo è possibile: l’autore è fin troppo lucido quando tratta i rapporti con le altre popolazioni o etnie, con le altre vittime del nazismo e coi vari paesi coinvolti. Ovvio che S.W parla di ebrei! Ovvio che quello sia il suo punto di riferimento! Negarlo sarebbe assurdo.

Leggere questo libro non è stato un mero esercizio di studio storico, non è stato per me un modo per capire ancora meglio i fenomeni allucinanti dell’antisemitismo nella Storia, non è stato un “leggere un libro”; è stato un confrontarmi con il mio senso della giustizia, sul fatto di dover cedere a ogni rabbia e capire perché la vendetta non è mai la scelta preferibile (perché in un certo senso ci si abbassa al livello del carnefice), perché alla fine è fondamentale ricordarsi sempre che le persone pagano per i reati che hanno davvero commesso, quelli che personalmente hanno commesso e non perché appartengono a una etnia, religione, paese, ceto sociale. Questo libro ci ricorda che il diritto è il fondamento della società umana, anche nei momenti più bui, ma a volte viene manipolato per compiere gli orrori più grandi.

Sta a noi vigilare, come ai testimoni di raccontare (e S.W lo dice espressamente) come fonti umane, come sentinelle, con inesauribile forza di non lasciare mai arrivare l’oscurità vera nel mondo. S.W ha un senso laico della testimonianza, con quella visione sociale e storica che nasce da un certo ebraismo, ma che non ha nessuna visione mistica, profetica o mandata da Dio: egli è un uomo, un ebreo, che ha visto e subito sulla propria pelle il male e come uomo prima di tutto ed ebreo in seconda battuta (ma non scontata) sta a lui, e a quelli come lui, non abbassare mai la guardia.

Il libro per me è come un mandato che l’autore fa a ognuno di noi lettori: non dimenticate, ma non abbassate mai la guardia; siate chiari, lucidi, comprensivi, non fate mai di tutta l’erba un fascio, non confondete cose e persone e situazioni. Ed è per questo che secondo me andrebbe letto, ragionato e studiato nelle scuole, coi ragazzi delle superiori, per stimolarli a comprendere e a non ripetere.

Voto: eccellente. Non si può dare un voto numerico per libri del genere, perché sono quelli che ti segnano l’anima per davvero.

Scheda tecnica

Titolo originale: “Justice n’est pas vengeance”

traduzione dal tedesco di Carlo Mainoldi

anno di pubblicazione 1989

Arnoldo Mondadori Editore

finito di stampare nel marzo del 1990, presso Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Stabilimento Nuova Stampa di Mondadori Cles (TN)

sovracoperta di Studio Baroni

461 pagine