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“Shining” di Stephen King

Prima che mi lapidiate, faccio mea culpa per essere arrivata a questa mia veneranda età senza mai aver letto questo libro e senza nemmeno aver mai visto il film (e qui ci sarebbe da studiare la faccenda, perché è un vero complotto televisivo a mio danno, visto che in tutti questi anni o era a un orario infame oppure lo facevano quando io avevo un impegno inderogabile oppure mi accorgevo che c’era quando oramai era iniziato a troppo tempo. Un vero complotto!). Conosco benissimo la storia, la vicenda e del film i protagonisti e le scene avendolo anche studiato all’università, però davvero non lo avevo mai letto. Ora ho rimediato e devo dire che se si è appassionati di horror questo va letto per forza. Ovviamente non come me ieri sera che pur di finirlo mi sono trovata a leggerlo di notte, con tutti i rumori del vento e di una casa addormentata…mai più! Con l’età le coronarie si indeboliscono!

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La storia si conosce ed invece che dire che la colpa è del maggiordomo, qui possiamo dire che è tutta colpa dell’albergo.

Un albergo come tanti altri per tutti i mesi d’apertura, ma alla chiusura qualcosa succede anche se alla fine sei mesi di neve può mandare fuori di testa qualsiasi guardiano con famiglia e figli piccoli. E poi quale albergo non ha avuto i suoi deceduti? Basta solo non farsi prendere dalla paranoia.

Eppure…eppure…qualcosa non quadra e il piccolo Danny lo sa, con quel suo potere stranissimo che lo rende davvero un bambino speciale.

La trama del romanzo alla fine si avvolge tutta attorno alla figura di Jack Torrance nella sua incapacità di vero riscatto, nella sua debolezza umana e in tutte le sue paranoie. Diventa lui l’anello debole della famiglia, sentendo un vero richiamo verso l’edificio, prima come storia da raccontare e quindi come un vero proprio riscatto letterario lavorativo, poi una vera attrazione viscerale; piano piano la sua sanità mentale tende a vacillare fra ricordi famigliari di violenze e ricerche spasmodiche di giustificazioni per i suoi gesti, fino al tracollo totale.

Agli antipodi ci sta il figlio Danny, di 5 anni, il quale dimostra di avere più anni di quelli anagrafici sia nell’affrontare la situazione sia nell’aiutare la madre nelle diverse difficoltà. A mio parere qui King un po’ si è fatto prendere la mano creando un personaggio che è più grande del credibile. Non voglio dire Danny non lo sia, anzi lo è continuamente, se non fosse che alla bisogna sembra più grande e più forte e questo non può essere spiegato solo con la presenza dell’aura potente. Il bambino è un bel personaggio, ben strutturato e logico, con questo potere che difficilmente lo invidieremmo davvero.

Nel mezzo c’è la madre Wendy (sì, lo so adesso siete tutti lì a rifare Nicholson che la chiama…). Anche lei con il suo bagaglio di fragilità e di violenze famigliari precedenti, è quello che più viene usato e bistrattato da King, facendole fare cose che nessuna persona logica farebbe. Lei è l’affetto, il tentativo di normalizzazione, la crocerossina stereotipo di tante donne, ma è anche quella che a mio parere fa un po’ scappare la pazienza, perché la sua debolezza è irritante a volte (no, non sono Jack e non vivo in un albero in questo momento). Non si capisce se l’albergo abbia davvero influenza su di lei oppure questo tentativo di farlo è talmente fallimentare da rendere Wendy altalenante e non risolutiva.

Alla fine sono questi i protagonisti: Jack, Wendy, Danny e l’albergo. Con almeno due complementari: il cuoco Hallorann e il direttore Ullman. Basta, tutti gli altri servono e basta. E questo è un aspetto raro per il King che ho conosciuto fino ad ora. Il King che conosco è parolaio fino allo sfinimento, ripete i passaggi e le situazioni che mi fa venire il nervoso, aggiunge personaggi (non come Martin però) più o meno risolutivi per la vicenda che narra e di solito questo suo modo di fare mi irrita. Qui invece tutto è essenziale, le divagazioni sono funzionali all’evolversi dei personaggi, i quali sono pochi giusti e ben presentati. Staccarsi dalla lettura è difficile e devo dire che più di una volta mi sono veramente persa dentro le pagine dimenticando cose persone e situazioni (ho rischiato anche di fare il giro in autobus della città…).

Bello veramente e ora non so se voglio vedere il film o tanto meno leggere il seguito appena pubblicato. Se per il film so che è un altro caposaldo del genere e che è il meglio reso fra tutti quelli tratti dai libri di King ho paura di essere delusa: il film va visto per quello che è e per le sensazioni che suscita e non per l’influsso della lettura. Per il seguito invece ho giudizi contrastanti, in più credo che certi libri debbano rimanere dei gioielli chiusi e a sé stanti, completi come sono stati creati a suo tempo. Non so, lasciamo sedimentare il tutto e poi vedremo.

Voto: 9

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“Rapporto di minoranza e altri racconti” di P.K. Dick

Una raccolta di 5 racconti a cui la cinematografia in un certo senso ha tratto alcune sue opere. Dico questo perché bisogna ammettere che rendere Dick sul grande schermo non è facile vista la complessità degli argomenti trattati e di tutti i sotto testi presenti anche in un semplice racconto.

Non sopporto le copertine con pezzi di film tratti. Sono fuorvianti.

Dal racconto “Rapporto di minoranza” è stato tratto il film “Minority report” di Spielberg (2002), che ho precedentemente criticato; da “Impostore” il film “Impostor” di G. Fleder (2002); da “Modello due”, “Screamers- Urla dallo spazio” di C. Duguay (1995); da “Ricordiamo per voi”, il film “Atto di forza” di P. Verhoeven (1990) e un altro remake di Len Wiseman (2012); mentre “La formica elettrica” è stato aggiunto per riferimenti al film “Blade Runner” di R. Scott (1982). Alla fine la riproduzione di un’intervista a Dick attorno al film “Blade Runner” tratto da un suo romanzo “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?”: un momento molto interessante visto che alla fine è lo stesso autore che blocca ogni possibile polemica fra le due arti (narrativa e cinematografia) sottolineando come le due opere si integrino perfettamente dando una visione diversa e amplia partendo dall’uno o dall’altro. L’entusiasmo dell’autore per il film, il quale divenne una vera icona, ci fa capire come nella sua mente fosse chiaro il servizio che i due autori (lui e Scott) facevano al genere fantascienza.

Come al solito io con Dick ho un rapporto stranissimo.

Avrei voluto trattare questo libro in un modo diverso dal solito, proprio per la sua impostazione, ma la videoteca comunale non mi ha supportato e quindi devo trovare gli altri film in futuro (sperando di ricordarmi i racconti). Quindi la lettura è dovuta scivolare come al solito, facendo solo una piccola pausa fra l’uno e l’altro racconto. Questo perché Dick mi sconvolge sempre. La sua critica della società, la sua visione allucinata e dissacrante del consumismo, la sua paura della guerra distruttiva e apocalittica (sempre presente in tanti libri), sono temi non trattati superficialmente, ma vissuti. Leggerlo per me è un momento di astrazione dal quotidiano e sinceramente mi trovo a finirlo in apnea (e non è un modo di dire).

In questi racconti vi è un comune filo che è la paranoia e il non sapere chi si è.  Androidi che scoprono di esserlo a danno di se stessi, modelli replicanti che si confondono, tranelli che portano alla solitudine della ricerca della verità, bombe umane nascoste fino all’inevitabile: tutti alla fine si chiedono chi sono davvero e se coloro che li attornino siano davvero quelli che sono.

E’ una paranoia, un lungo e complicato discorso di ricerca della verità che mai si confronta con gli altri. E’ l’analisi portata all’estremo della formica elettrica, è la difesa estenuante dell’impostore. Tutto nasce, cresce e si risolve nella mente del protagonista, portando però gli effetti nella vita di tutti.

Sono arrivata alla conclusione di questo libro di racconti chiedendomi che valore abbia davvero l’individuo, corrotto dalle menzogne di chi lo attornia, strumento del potere altrui, vittima di se stesso; non importa se egli sia umano o androide (non replicante come messo in “Blade Runner”, questo lo sottolinea lo stesso Dick nella post fazione: per lui sono androidi), il risultato è lo stesso. Come al solito sono rimasta sconvolta, perché non c’è speranza in Dick, non c’è salvezza, c’è solo la disperazione della scoperta della verità.

Perché leggere questo libro? Bhe, basterebbe solo dire che è di Dick, ma amplio il discorso dicendo di lasciar perdere la visione di parallelo libro- film (anche perché non sono paragonabili, visto anche la pochezza del lavoro che c’è dietro a volte in certe sceneggiature, manipolate per rendere figo l’attore di turno), ma di soffermarsi sulla visione dell’uomo e cercare di capire dove stiamo andando. Perché Dick non è fantascienza “roba da ragazzini” (odioso pregiudizio da spocchiosi dell’intelligenzia italica che manco sa scrivere), ma è profeta della desertificazione dell’uomo, falsificato nel suo interno da forme extra umane (che sono aliene non per nascita di pianeta, ma lo sono moralmente), usato dal potere freddo e cinico.

Voto: 7 e mezzo

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