“Ghost story” di Peter Straub

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Scrivere un libro di paura o gotico o horror potrebbe essere una cosa facile, ma in realtà non è così e soprattutto se sbagli il finale è la rovina di tutta la vicenda.

Il consiglio di leggere questo libro è venuto come tante altre volte da La libreria pericolante e dalla sua condivisione via fb di un elenco dei libri dell’horror da leggere. Da lì a vedere nel sistema opac il passo è breve. Come ritirarlo dalla biblioteca. Purtroppo sono un po’ distratta da un po’ di pensieri in questo mese e devo dire che non ho cancellato il mondo per questo libro, anche se ne valeva la pena.

La trama è semplice: una cittadina della provincia americana, una società di amici che si ritrova a raccontarsi le peggio storie, uno spettro vendicativo. Oserei dire che è quasi un topos, ma alla fine tutti i libri di genere girano attorno alle stesse quattro cose.

La lettura è scorrevole, piacevole e per quanto possa sembrare a volte un po’ lenta, mi trovo a pensare che ogni parola, ogni rapporto, ogni situazione è assolutamente utile e congeniale al fatto che tutto scorra come deve scorrere. Anche la scelta dell’inizio (spiazzante davvero! Ho dovuto controllare su tutti i siti possibili e immaginabili per capire perché l’inizio diceva una cosa e la trama un’altra! Non lasciatevi spaventare: va bene così) è assolutamente nuova e particolare, ma purtroppo non sfruttata come mi immaginavo. Perché il vero punto debole è il finale, oltre al fatto che mi ricorda molto “Le notti di Salem” di King. Precisiamo meglio questa mia ultima affermazione.

Ho dovuto controllare le date di pubblicazione dei due libri perché in effetti sono molto simili: la provincia americana, un essere paranormale e senza scrupoli che decide di fare di testa sua, i mortali che cercano di opporsi, la paura, la sconfitta e/o la vittoria. E’ vero, come ho detto sopra che i punti cardine son sempre quelli, ma qui erano davvero troppi. Quasi da pensare a un plagio. Poi mi direte che “x però ha scritto che…”, mentre “y ha scritto invece che…” e avete ragione, ma qui non si tratta di libri scientifici dove la base è quella e uno ragiona sulle virgole, qui siamo nella narrativa e avere la sensazione del già letto non è una bella cosa. Eppure qualcosa mi sfuggiva, perché per quanto mi sia piaciuto “Le notti di Salem” questo lo trovato molto più completo come se Straub fosse il capostipite e King l’emulo per riconoscenza. E invece no: “Ghost Story” è stato pubblicato nel 1979, mentre l’opera di King è del 1975. E ci sono rimasta male.

In “Ghost story” tutto viene ben descritto, senza fretta, per delineare i personaggi e le situazioni. Quella che in altri libri avrei imputato a lentezza e verbosità qui trova sempre la sua soluzione d’essere, perché i rapporti fra i protagonisti e i vari comprimari servono a delineare i parallelismi fra realtà e fantasia, fra normale e paranormale. I protagonisti che per buona parte del libro vivono nella loro tranquilla razionalità, a poco a poco devono confrontarsi con i propri incubi e fare affidamento con quanto di reale li possa salvare. Le visioni, le paranoie sono ben dosate e giostrate a momento debito e descritte in modo quasi cinematografico. E anche la neve che giunge, naturalmente ma straordinariamente, sembra quasi un protagonista aggiunto a cui non sai dare un valore morale o una posizione certa.

Dove sta allora il vero difetto di questo libro? Nel finale. E qui casca l’asino.

EVENTUALI SPOILER!

Il finale non tira le somme e viene rimandato continuamente, invece mantenere sul filo del rasoio i lettori insieme ai protagonisti, con ansia e catarsi. Esso doveva essere tirato dopo lo scontro finale fra i buoni e i cattivi, quando oramai stanchi i primi e superbi i secondi i ruoli si invertono per avere una sensazione di ripristino di normalità. E invece no! l’autore decide di tirare la solfa ancora avanti, di dare ai nostri eroi una parvenza di normalità assolutamente fuori luogo,  di ricollegarsi con l’inizio fuori dagli schemi della vicenda, ma qualcosa deve aver perso lungo la strada, perché diciamo che quello che racconta non ha conseguenza logica con la vicenda. Il povero Don diventa un barbone e uno psicotico senza motivazione, abbandonato dai suoi compagni di avventura, poi si sveglia e si massacra una mano (e qui si capisce il perché, ma lo fa nel modo più stupido) e poi rapisce una bambina o viceversa, perché è tutto scritto in modo confusionario. Il confronto fra di lui e Anne bambina dell’inizio non trova una soluzione e rimane sospeso in quel “Io sono te.” che ha senso se si legge tutto il libro, ma che poi cade nel vuoto del silenzio. Anche uccidere l’ape ha valore, ma l’uccisione viene descritta come un atto non liberatorio o catartico, ma come un dato di fatto sterile.

Il problema è che gli elementi che servono per finire la vicenda li ha usati tutti, ma nel peggiore dei modi rendendo tutta l’opera abbastanza inconcludente e un po’ banale. Da quasi l’idea che il libro si diviso in due, togliendo l’inizio, e che il finale sia stato scritto in un momento di stanca, senza più l’ardore con cui ha raccontato tutto il resto. Anche l’inizio quindi diventa assolutamente inutile e superfluo e quindi mi si aumenta il senso di fastidio.

Non sapete come mi ha fatto rabbia il finale, perché il resto del libro mi è piaciuto proprio, con quel senso di sconfitta, ma di coraggio che vede l’uomo normale affrontare il paranormale; perché i fantasmi o spettri che siano sono cattivi e vendicativi come solo gli dei greci sapevano essere, quindi fuori dal tempo normale; perché gli aiutanti paranormali sono creature paurose, che ti “mangiano dentro” prima che farlo fuori. Insomma il male è il male e il bene è il bene. Punto. Senza gli innamoramenti insulsi. Senza sbriluccicamenti o cose del genere. Qui la paura ti vuol scaturire da dentro e ti deve rimanere dentro, costringendo anche il lettore a guardarsi attorno.

Questo era un gran bel libro rovinato da un finale insulso. Peccato.

Voto: 6/7

POSTILLA: questo è il film che è stato tratto e vede fra i protagonisti anche Fred Astaire. Molto curiosa di vederlo, sempre che riesca a trovarlo. http://www.mymovies.it/dizionario/recensione.asp?id=24089

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“Paranormal Activity” di Oren Peli

Oggi avevo voglia di un bell’horror.

In realtà sono un’appassionata fifona: gli horror li guardo solo di giorno, a piena luce e con una mano pronta a scattare per “censurare” la scena più paurosa. Allora perché guardare gli horror? direte voi. Beh in effetti credo che sia insito nell’essere umano volere essere spaventato, provare un’emozione che non può tenere sotto controllo; oppure credo che in una vita ci sia bisogno di emozioni forti senza dover davvero buttarsi dalla montagna più alta del mondo. Emozioni a poco prezzo? Ma, sì! E allora perché non provarle a pieno ed avere veramente paura? Beh perché io la notte voglio dormire e non dormire con tutte le luci accese e con la testa sotto le coperte anche in piena estate!

Oggi avevo voglia di un po’ di emozioni, ma sky Max non mi ha aiutato e quindi sono andata alla ricerca di qualcosa fra i miei pochi dvd da vedere ancora e cosa ci trovo? Paranormal Activity! E’ lì che vegeta da qualche anno e non ho mai avuto il coraggio di guardarlo perché tutti mi dicevano che poi non avevano dormito per giorni, in più il trailer era ben costruito da creare qualche timore. Quindi il film giusto per oggi! Messa su la lavastoviglie, sistemata la tv e il luogo di visione (con la tapparella ben alzata e il resto della casa sotto controllo) e play!

http://www.mymovies.it/film/2007/paranormalactivity/cast/

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Schiaccio appunto play e poi inizio a guardare e aspetto…e aspetto…e aspetto…e dopo un’ora decido di mettermi lo smalto alle unghie. Operazione riuscita senza sbavature.

Avrete capito che il film non fa paura o almeno non mi ha fatto paura.

La storia è semplice, un classico oserei dire: una ragazza perseguitata fin da bambina da un’entità ha un ragazzo, con cui convive, che vuole trovare la soluzione della cosa. La ragazza è rassegnata, il ragazzo è esaltato e fa le cose più sceme del mondo, tipo istigare l’entità e usare tutto quello che gli avevano chiesto di non usare (tipo la tavola ouija), così l’entità si incavola e si palesa. Ora ci si aspetterebbe un po’ di paura, di nascondersi dietro al cuscino o al divano e invece nulla! Ma nulla! Solo un lenzuolo che si alza e un solo attacco fisico. L’ultima scena fa veramente “paura”, ma oramai era finito…Per un’ora e mezza si sente solo piagnucolare e litigare i due protagonisti (dopo aver preso la cosa un po’ alla leggera), con l’unica ripresa della loro telecamera, perché bisognava dare l’idea di un fatto reale. Mi è venuto solo un po’ di mal di mare…

Non c’è investigazione, se non per cinque minuti, non c’è studio del passato di lei, anzi tutto viene risolto da un’indagine su internet per trovare chi fosse stata la precedente “padrona” dell’entità. Punto. Passa per poco un sensitivo che però è specializzato in fantasmi e non in demoni e quindi li scarica. Quindi i due sono lasciati soli (e non si capisce perché non parlino nemmeno con le loro famiglie), chiusi in casa (ma non vanno mai al lavoro) con una telecamera e un’inquilino che non paga l’affitto.

E’ tutto buttato su, senza una vera sceneggiatura, come se l’effetto “The Blair Witch Project” potesse bastare e in effetti non hanno avuto tutti i torti produttore e regista visto che, grazie all’ottima campagna pubblicitaria, hanno guadagnato un sacco di soldi e anche una serie di altri film.

Regia: Oren Peli. 6

Sceneggiatura: 2

Scenografia: 5

Effetti Speciali: 5

Costumi: 6

Recitazione: 6

Voto: 4

Addio a Richard Matheson

E’ morto oggi un autore che conosco più di fama che di lettura: Richard Matheson.

Richard Matheson

Eppure negli ultimi anni questo autore è entrato nella lista di quelli che devo leggere e conoscere. Alla fine, mi sono detta, se tanti ne parlano bene, ci sarà una ragione. Non sono quella che segue i consigli da “ultimo libro appena uscito”, dalla massa, ma essendo avvicinata da poco alla fantascienza ho deciso di partire con i pilastri e se milioni di lettori di genere annoverano anche lui fra i padri un motivo di sarà.

In realtà leggendo la sua biografia si scopre che non è solo un autore di genere e stop, ma non si è fatto mancare alcuna deviazione nell’horror classico alla paura di genere.

Di lui ho letto “Io sono leggenda” e per quanto non lo abbia trovato un capolavoro me lo sono bevuto tutto in pochi giorni e mi è rimasta quella sensazione di angoscia del protagonista solo a dover affrontare mostri oltremisura umana. Anche “La casa d’inferno” mi ha lasciato perplessa, come un libro mancato, una trama non veramente svolta, uno scritto svogliato. “Io sono leggenda” mi rimase dentro per quanto letto anni fa, “La casa d’inferno” me la dimenticai pur avendolo letto pochi mesi fa.

Oggi mi sono guardata un po’ gli articoli online che ne tratteggiano la biografia e scoprire che fu il padre della sceneggiatura da cui Spielberg trasse “Duel” me lo fa amare e odiare nello stesso tempo, visto che quel film segnò e segna tutt’ora la mia vita in modo drastico e irreversibile.

Ho poco da dire di lui, ma il mio personale omaggio sarà scoprirlo e leggerlo e conoscerlo e magari criticarlo con lealtà.

Lunga vita a Matheson.

Dylan Dog-il film

Scrivo questo post dopo aver visto uno dei film più boiata che io abbia mai visto.

O meglio il film potrebbe essere mediamente carino, per una serata stacca cervello, come sottofondo mentre cucini o sistemi camera, ma quando si riferisce a uno dei miei pilastri dell’infanzia allora è una boiata pazzesca.

Il film è questo http://www.mymovies.it/film/2010/dylandog/ 

la locandina

ed è la versione del nostro amatissimo fumetto “Dylan Dog” di bonelliana tradizione e di parto di Tiziano Sclavi, ma il tutto stravolto con pesante mano americana.

Come Sclavi, la Bonelli o chi per loro possono aver dato il loro consenso a sta cosa, io me lo chiedo e secondo me tanti altri appassionati di fumetti.

Ricordo che leggevo da bambina i fumetti dagli amici più grandi e poi lo compravo di nascosto e me lo leggevo come se fosse la cosa più proibita del mondo e questo perché esso, il fumetto, era un vero fumetto dell’orrore. Non l’orrore quotidiano che si legge nei quotidiani con omicidi, femminicidi e guerre, ma quello classico coi mostri cattivi che vogliono sterminare e sottomettere l’essere umano solo per proprio divertimento. Lo lessi per anni e poi smisi quando per decisioni forzate sulla casa editrice Dylan è diventato un assistente sociale per freak, disadattati e problematici vari. La vena horror era stata uccisa dal moralismo e quel senso di paura misto a proibito era morto affogato nella noia.

Ammetto che me ne dispiacque molto e per tempo cercai un sostituto (provai Dampyr, sempre della Bonelli: prometteva bene, ma deluse presto), poi mi arresi e lasciai perdere. Sicuramente nella storia contemporanea del fumetto ci sarà qualcosa di pauroso da leggere, ma davvero credo che il primo Dylan Dog fosse insuperabile. Quando poi era disegnato da Roi sapevi che non avresti dormito del tutto tranquillo.

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Vista la popolarità del fumetto fecero nel 1994 il film “Dellamorte Dellamore” con Rupert Everett e una giovanissima Anna Falchi (che però mostrò subito le sue capacità artistiche).

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Se non ricordo male pur utilizzando l’attore a cui Sclavi si era ispirato per Dylan non venne dato l’assenso all’uso del nome e quindi ciccia.

A posteriori credo che si mangino le mani.

“Dellamorte Dellamore” forse era ingenuo e un po’ raffazzonato, forse fatto con pochi mezzi, ma almeno aveva un vago omaggio alle atmosfere e a quel senso di ineluttabile destino che avvolge il nostro eroe che non vorrebbe, ma poi gli tocca sempre salvare “il mondo”, mentre in questo “Dylan Dog-il film” tutto è pompato alla supereroe e tutto è preso alla carlona.

La mancanza di Groucho in entrambi i film manca tantissimo, ma credo che già fosse stata una follia ben riuscita nel fumetto (resa come omaggio a un grande del cinema surreale e geniale) che, al di là dei diritti, sarebbe stata di difficile resa sul grande schermo. Non ricordo chi lo sostituiva nel primo film, ma nel secondo c’è un amico caro diventato zombie e di qualche utilizzo, però è troppo caricaturale.

Insomma al di là del fatto che pur avendo capito subito che avevo già visto il film, ma che non me ne ricordavo mezza scena, al di là del fatto che me lo sono guardato mentre facevo altro, mi chiedo perché? Perché dare i diritti di un’opera a suo tempo riuscita e tanto amata per creare una boiata americana del genere? Perché permettere tante modifiche, lasciando solo le piccolezze? Perché permettere che un fumetto horror diventasse un film commedia coi mostri? Perché Sclavi? Perché Bonelli?

Questa non è un’occasione persa, ma un vero e proprio insulto per la spesa di soldi inutilmente e per i tanti ricordi infranti.

Voto: 2

p.s: E poi era mille volte meglio Rupert Everett che l’insulso…come si chiama?Speta che lo cerco…ah sì  Brandon Routh. Vabbè.