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“Borgen” il gioco della politica è uguale ovunque

Non sono appassionata di serial contemporanei che trattano argomenti odierni; la politica con un’impronta di idea ben definita (e anche lontana da me) mi annoia; in più non sono nemmeno appassionata della scrittura e sceneggiatura del nord Europa perché credo che siano pompati troppo dal mondo dell’editoria; eppure non so perché sono rimasta incastrata da questa serie. “Borgen” è qualcosa di diverso sia per stile che per idea, facendo vedere la politica dalla doppia linea dei politici e dei giornalisti.

Mi ero tenuta alla larga da questa serie perché sinceramente non avevo nessuna voglia di vedere come i nordici ci impartivano lezioni di politicamente corretto, di pari opportunità, di quanto sono avanti e belli, invece le prime puntate mi hanno conquistato per altre cose. La prima di tutte è che questa serie è più italiana di quanto forse loro stessi vogliano pensare: la politica è schifo, è colpi bassi, è giocare sporco, è connivenza (sì, lo so, il termine è forte) fra scribacchini e politicanti, è andare oltre il limite.

Se da una parte abbiamo chi cerca di fare il proprio mestiere con rettitudine, dall’altro c’è sempre chi vuole spostare il limite della decenza, del fattibile oltre al reale. Questi giornalisti che vorrebbero andare a ravanare nel torbido o che non si fermano davanti a niente o nessuno pur di ottenere una notizia; mentre dall’altra parte i politici fanno di tutto per rimanere attaccati alla loro poltrona (e ciò è tipicamente italiano).

La seconda serie scivola nel personale molto più che nella prima a mio parere, come se si volesse distrarre l’attenzione dello spettatore dal gioco sporco della politica, ma tutto è giostrato talmente bene che non ci si rende nemmeno conto del cambio di ottica. Mi chiedo come sia stato seriamente accolto in Danimarca, quanti si siano riconosciuti o abbiano riconosciuto i propri rappresentanti oppure si siano scandalizzati che sotto alla perfetta ed elegante vetrina ci sia il marcio, come diceva Amleto.

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La vicenda segue la vita umana e lavorativa del primo ministro donna del paese, con tutte le complicazioni che ne conseguono. Da noi ella sarebbe un personaggio della vecchia democrazia cristiana (e dai non ditemi che non è così!): moderata, ben vestita, femminile ma non sguaiata, bella famiglia, valori e onestà. Quello che manca alle nostre parlamentari corrispondenti, per poterle paragonare a Birgitte Nyborg, non è solo una bellezza sofisticata e una chiarezza di pensiero, ma soprattutto una determinazione che pochi possono possedere; davvero un personaggio particolare e non so quanto realistico anche per i suoi conterranei. Eppure ella ispira simpatia o almeno curiosità nel vedere come riuscirà a gestire tutto e tutti con la capacità di un vero giocoliere. Ella appare come il faro positivo della politica, mentre attorno a lei una serie di uomini vili e dai valori discutibili e donne in carriera la affrontano, facendo capire allo spettatore che prima o poi perderanno perché il bene vince.

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Suo equivalente nel mondo del giornalismo è Katrine Fønsmark, anche lei vera giocoliera fra amori difficili, onestà intellettuale, capacità organizzativa e di comprensione delle mille variabili che esistono nel suo mondo. Nel nostro modo di fare televisione ella sarebbe stata catalogata come la bella velina bionda (in antitesi con Birgitte che sarebbe quella mora), bella e un po’ svampita, invece no!,  anche lei è una con le “palle” o meglio con la chiarezza di idee, tanto che gli uomini al suo fianco un po’ spariscono, persi in vere e proprie seghe mentali.

Questa disamina della femminilità del serial non da giustizia ai personaggi che non sono equiparabili ai nostri personaggi delle serie. Per la prima volta ho visto qualcosa di femminile senza essere svenevole, di deciso senza essere virago, di sensuale senza essere volgare, di fragile senza essere oca. A questo punto mi viene da dire che questa non è una serie sulla politica danese, ma una serie sulle donne nella, attorno la, fra la politica ed è forse questo l’aspetto che più mi incuriosisce, perché la visione di queste donne è totalmente nuova per noi spettatori italici. Per quanto suppongo che sia pieno di stereotipi, ringrazio al cielo che non sia una produzione nostrana, perché non ne avrebbe avuto lo spessore e soprattutto la buona recitazione. Il prodotto è buono e ben fatto e questo è sempre difficile da vedere nella tv generalista. Purtroppo dopo due serie non so dove andranno a parare nella terza e tremo al sol pensiero che possa virare nella versione da telenovela (quindi puntando troppo sulle vicende personali) oppure su una visione buonista della politica (in cui gli ideali vincono, la morale populista si insedia e tutti sono buoni felice ecologisti e contenti), perché davvero già in questa seconda hanno un po’ tirato la corda.

Postilla: Ma quanto è divertente e paradossale il doppiaggio con i nomi dei partiti che ricordano un po’ quelli italiani!

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