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“Ultime della notte” di Petros Markaris

Al rientro dell’attività delle biblioteche mi accingo a riportare indietro i libri di luglio con la ferma convinzione che non devo tornare a casa con qualcosa visto che sono piena di cose da leggere. Ma perché continuo a mentirmi così spudoratamente? Mah…

Comunque sia, uno dei libri che mi porto a casa giroclando fra gli scaffali, guardando le nuove sistemazioni e catalogazioni, mi trovo fra le mani questo giallo greco. So di aver letto già qualcosa di lui e di non esserne stata del tutto convinta, che qualcosa non mi aveva del tutto conquistata, ma alla fine all’istinto io non so dire di no e me lo porto a casa. E l’istinto non aveva sbagliato, anche se ho qualcosa da rimproverare.

La vicenda si svolge ad Atene negli anni ’90, considerando che è stato pubblicato nel ’95 ci sta, e ha come protagonista il commissario Charitos, poliziotto al tempo della dittatura dei colonnelli, morale ma antipatico, ora semplice commissario senza ambizioni di fare carriera. Gli capita fra le mani quella che sembrerebbe una grana piccola, il doppio omicidio di una coppia di albanesi, qualcosa che si risolve buttando addosso a uno la patente di assassino passionale, se non fosse che qualcosa gli scoppia fra le mani e due omicidi si aggiungono alla lista e un traffico internazionale spalanca le sue porte. Qualcosa che sembra più grosso di quel che è e che soprattutto non pare risolvibile se non sbattendo la faccia contro le porte chiuse del vero malaffare. Insomma un fatto di cronaca verosimile.

Il libro si legge bene, scorre che è un piacere (per me, di questi tempi, finire un libro in 3 giorni è un risultato più che positivo e sconvolgente), come si suol dire “si fa leggere”, ma non mi ha convinto del tutto.

Primo non mi è piaciuto per niente il commissario. A bocce ferme non è facile fare un protagonista diverso dal solito, cercando di non andare a finire non tanto nel filone dei grandi investigatori (Holmes, Poirot e Nero Wolfe tanto per dirne tre con tre caratteri forti), o non fare la solita figura paterna o buona e un po’ fessa; fare un investigatore duro e scafato e poco gentile è qualcosa di nuovo (per l’epoca credo di sì, per adesso non so), fare il duro con i difetti dell’uomo normale, insomma fare qualcosa di “credibile”. Peccato che a me è sembrato stucchevole e macchiettistico con la sua mania di leggere solo dizionari e “schifare” la lettura normale, con la sua tirchieria a orologeria (con la moglie sì, con la figlia mai, con sè stesso a caso), il rapporto con la moglie da due persone da poco (Adriana è pesante e ha tutti i difetti macchiettistici della donnetta che sta attaccata o alla tv o ai fornelli senza altro pensiero più o meno critico nella testa e che sa manipolare il marito per ottenere quello che vuole, non capendo che a sua volta lui la manipola per lo stesso scopo); ha un rapporto scontroso con superiori e inferiori, senza spiegare perché lui dovrebbe in qualche modo essere meglio di uno o dell’altro, visto che alla fine non lo è per nulla. Non dico che per forza il poliziotto debba essere buono e attirare le simpatie del lettore, ma se deve essere uno stronzo lo deve essere credibile e non fastidiosamente piccino a tratti, ma rivelando acume e capacità gestionale alla bisogna. Insomma mi è parso falso o stridente in alcuni passi.

Secondo punto: la risoluzione. Senza svelarvi nulla, o almeno cercando di non farlo (nel caso, se temete, saltate questo pezzo), cercherò di farmi capire. Per quanto dopo averci ragionato su ritengo che non ci potesse essere altra soluzione che quella descritta dall’autore (ok, non sto dando nessuna medaglia credendomi chissà chi, mi trovo solo d’accordo con le scelte fatte, mi inchino a chi ha capito che andava bene così), devo ammettere che quando ieri l’ho finito a pranzo ci sono rimasta un po’ di merda. La soluzione, anzi la risoluzione di tutti i nodi che si sono intrecciati più o meno inspiegabilmente, è semplice, quasi “banale”, mentre il climax che ha portato il lettore a seguire i vari filoni è in crescendo sempre più: abbiamo l’intrigo internazionale, i camion che fanno spola fra gli stati europei, giornaliste morte a seguito di una indagine, organi e bambini venduti al miglior offerente, insomma roba grossa e tutto si risolve…no, non ve lo dico, tranquilli. Alla fine la cosa che non mi ha convinto, in realtà mi ha solo lasciato l’amaro in bocca, alla stessa maniera di quando leggi di cronaca nera e leggi le motivazioni misere che spingono certe persone a ucciderne altre.

Voto: 6 e mezzo Quando un libro mi lascia dubbi difficilmente arriva davvero al 7, ma non posso dire che non sia stata una buona lettura, anche da consigliare. Leggere un secondo della serie? Non lo so, forse sì, ma credo che Charitos potrebbe continuare ad essere fastidioso e non so quanto ne ho voglia di affrontarlo.

Scheda tecnica:

Titolo originale: Nυχτερινό δελτίο

anno di pubblicazione: 1995

traduttore: Grazia Loria

edizione: Romanzo Bompiani

finito di stampare: maggio 2000

copertina: di Carla Moroni, foto di P.Turner/Image Bank; P. Miller

pagine 343

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“L’assassino ha lasciato la firma” di Ed McBain

Mai letto niente di suo, ma grazie alle letture collettive Corpi Freddi di un autore al mese è stato un piacere scoprirlo.

Questo è il primo suo libro legato poi all’ottantaseiesimo distretto e se questo distretto è diventato così importante e simbolico un motivo ci sarà. Ammetto che mi sarei aspettata qualcosa di più, tipo un po’ più di razzismo e crudezza visto che tutto è ambientato circa in una America anni ’50, mentre sono stata spiazzata da poliziotti molto perbene e ben fatti, delinquenti puliti e cattivi (ma mai troppo), donne fatali ma modernamente accettata.

Strana cosa.

Questa America è moderna, leale, coi ruoli ben definiti e con le scarpe pulite.

In più i pregiudizi sono davvero lasciati fuori dalle porte di casa e manco in strada ci sono. Il personaggio di Teddy ne è un esempio e sinceramente sono stata letteralmente spiazzata, ma questo non ha inficiato la lettura anzi mi ha incuriosita.

Il libro è piccolino e scorrevole sia per la linearità della storia che per la scrittura molto scarna ed essenziale. Altro elemento che non mi aspettavo. Tutto è ben descritto, ma senza usare troppi elementi o giri di parole: un buon maestro per molti scrittori contemporanei.

I personaggi sono ben costruiti e, anche se monolitici nel loro modo di essere, sono al posto giusto al momento giusto e fanno girare la vicenda senza aver bisogno di altri espedienti. Molto bello il personaggio del giornalista Savage, che spero di incontrare in altri racconti, perché si merita una bella lezione: è il classico giornalista senza scrupoli morali pur di ottenere uno scoop. Teddy è un inconsueto e inaspettato e riunisce in sè elementi molto problematici per quel periodo: donna (Teddy è un diminutivo) e muta; eppure è perfetta nel suo modo di essere. Carella è il classico poliziotto bravo ragazzo che ognuno di noi vorrebbe incontrare mentre sta facendo la propria denuncia.

La vicenda gira come se fosse impostata una pièce teatrale dove i personaggi girano attorno a una o due scene e raramente escono dalle loro quattro mura se non per interagire con qualche personaggio in più; mentre la parte strumentistica dell’investigazione, dalla polizia alla scientifica, è come se si assistesse a una ricostruzione storica del periodo, dove, per esempio, per telefonare bisogna cercare una cabina oppure usare quello del testimone oppure non si parla di dna, ma le impronte digitali e le autopsie sono rivelate con tutti i crismi.

In più quello che mi ha sorpreso è che l’essenzialità del tutto non fa distaccare il lettore, ma anzi lo incatena al racconto e più volte mi sono trovata a dover commentare quello che accadeva, in modo inconscio e istintivo.

Ne consiglio la lettura anche se con tutte le ingenuità del caso il mio voto non supera il 6 e mezzo.

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