“Ripper Street”: violenza di fine ottocento, ma con stile.

Giallo è un buon canale di telefilm di genere, magari non è sempre all’avanguardia e trasmettere “Matlock” può non essere sempre un merito (ma nonno Simpson apprezza comunque), però ha qualche chicca che ho deciso di non perdere. La prima chicca è stata la terza serie di “Whitechapel”, ma seconda questo telefilm inglese: “Ripper Street”.

http://it.wikipedia.org/wiki/Ripper_Street

Dubbiosa, totalmente. Oramai ammetto di essere sfiduciata. Quindi le prime due puntate le ho viste senza troppo entusiasmo, poi devo dire che mi ha preso la “scimmia” e ieri sera me le sono proprio godute.

La trama è semplice, ma alla fine nessuna puntata lo è: distretto di polizia a Whitechapel, 6 mesi dopo l’ultimo omicidio di Jack lo Squartatore. Le vicende di svolgono nel quartiere, ma con alcuni punti fissi: la stazione di polizia, l’ambulatorio medico, un orfanotrofio e il bordello. Attorno a questi punti di riferimento (che detta così potrebbero essere i punti di riferimento di un Monopoly vittoriano) girano i personaggi che ti aspetti, o meglio quelli che hanno senso che ci siano ma caratterizzati molto bene. Mi spiego meglio.

Il comandante Edmund Reid (Matthew Macfadyen) è l’uomo tutto d’un pezzo che ti aspetti, il segugio che tutti vorrebbero in polizia, l’osso duro che non molla, ma che non azzanna mai a vanvera. E’ IL poliziotto. Eppure sotto questa sua divisa, vive un dramma che fatica a metabolizzare, un “mistero” che tutti sanno ma che non dicono per rispetto, una ferita che fa sì che la moglie lo abbia abbandonato per dedicarsi alle opere di bene. Lo si vede che soffre, ma niente lo riesce a distogliere dalla pista una volta intrapresa la caccia.

Il medico Homer Jackson (Adam Rothenberg) è l’uomo di scienza senza giacca e cravatta, pronto a sperimentare ogni evoluzione medica, donnaiolo fin troppo moderno (e chi ha visto la prima puntata sa a cosa mi riferisco), anche lui con un segreta da spartire con la bella maitress Long Susan (Myanna Buring), coinvolta suo malgrado o no in quasi tutti gli episodi. Un rapporto complice e conflittuale tutto da seguire. 

Attorno a loro tutta una serie di personaggi più o meno sviscerati, ma fondamentali per l’evolversi delle diverse situazioni.

Ammetto però che l’aspetto che mi piace di più è l’atmosfera gotica, ma mai paranormale; l’investigazione è sempre precisa, logica, umana, anche quando lo spetto di Jack Lo Squartatore aleggia in ogni angolo. I casi sono violenti, truculenti, pesanti, ma sono l’immagine riflessa della società inglese dei sobborghi dove malavita, illegalità e povertà si intrecciano violentemente e in modo insindacabile. Bellissima la puntata con la banda dei ragazzini il cui capo tutto tatuato ricordava un po’ l’estetica fredda del romanzo di Lilin “Educazione  siberiana”. Qui la fredda Albione, la Londra elegante e all’avanguardia (pronta alla guerra, supportata dal progresso tecnologico), si trasforma diventando una Albione sporca e low steampunk, mischiando tatuaggi e doppiopetto, bustini e psicopatici. Lo studio e la ricerca storica che sta alla base di ogni puntata non da adito a polemiche di aver scelto vie alternativa (ovvio che aspetterei di avere il conforto di un rievocatore o storico del periodo) e anzi fanno apprezzare ogni dettaglio, ogni piccolezza buttata lì in un angolo. In più la citazione di personaggi della storia e della cronaca rendono ancora più credibile l’atmosfera.

Purtroppo la serie è stata interrotta dopo la seconda stagione con gran sconcerto di tanti, anche se alcune notizie (post del blog di uno dei protagonisti) ci fanno ben sperare. Incrociamo le dita.