“I tre moschettieri” di Alexandre Dumas

Prima di tutto sia chiaro, mettiamocelo in mentre, i moschettieri da noi tanto amati sono: scrocconi, bugiardi, smargiassi, polemici e parassiti. Sì, l’ho detto. Mi sono cavata il pensiero.

Riprendendo il titolo del post, in realtà sarebbe più corretto dire “I tre moschettieri” di Dumas e Auguste Maquet. Eh sì…l’opera (e non solo questa) è frutto di un lavoro di quattro mani dove i due autori mischiarono passioni e professionalità portando al lettore un romanzo a puntate buono per appassionarlo, ma che alla fine è diventato un classico a tutti gli effetti. Poi a livello umano il loro rapporto non fu idilliaco, anzi Maquet portò addirittura Dumas in tribunale, ma noi ci soffermeremo su quello che hanno creato.

“I tre moschettieri” (d’ora in poi I3M nel post) sono un classico della letteratura d’avventura, tendenzialmente relegata a quella per ragazzi come se gli adulti non sentissero mai l’esigenza di evadere dalla propria esistenza e lasciarsi andare alle cose più folli. Vabbè. Comunque non starò qua a raccontarvi la trama che, malgrado qualche evidente cambiamento nelle versioni cinematografiche, è da tutti conosciuti. Dirò solo che mi aspettavo altro. Sarà appunto che leggere da grandi certe cose le vedi con occhi diversi, sarà che forse quando la vita ti mette di fronte a certi personaggi ritrovarseli fighi su carta ti fa un effetto strano, ma all’inizio ho fatto fatica a farmi piacere i nostri eroi. Tranne 2, ma lo capirete. E la sensazione di straniamento dagli amati film scanzonati al libro più complesso, ha colpito anche le mie compagne di letture del gruppo “Lettura collettive folli e sgangerate” in cui è rientrata questa lettura (da aprile ad agosto 2020).

D’Artagnan pecca in giovinezza ed è irruento e maleducato, borioso e scapestrato; su carta ci piace un casino e forse vorremmo essere come lui, ma se fosse un nostro amico lo prenderemmo a coppini in testa. Però senza di lui non ci sarebbe la storia, se non ci fossero le sue sbandate amorose (eh già più di una) non seguiremmo certe avventure, se non fosse un attaccabrighe come conosceremmo i soldati del Cardinale? E’ sicuramente il perno di tutto. Maquet aveva in mente di scrivere la biografia del vero D’Artagnan, ossia Charles de Batz de Castelmore d’Artagnan che entrò nei moschettieri nel 1644, grazie all’amico di famiglia de Treville (!) e divenne, dopo una vita movimentata e militarmente varia, nel 1673 comandante dei Moschettieri grigi e poi morire con onore. E il nostro I3M ne romanza la gioventù facendolo crescere attraverso le difficoltà, lo scontro col Male e il destreggiarsi nella politica, arrivando a essere il soldato che tutti noi ricordiamo.

Porthos e Aramis sono forse le facce della stessa medaglia: uno grande grosso, smargiasso, opportunista e beone, l’altro elegante, pacato e dedito alla religione, ma con una macchia nera nel suo passato. Non si scontrano mai fra loro, si compensano in realtà, ma se non fosse per la stima reciproca non avrebbero potuto nemmeno sedersi allo stesso tavolo, tanto le loro visioni della vita sono diametralmente opposte. Eppure il compensare se stessi e vedersi negli occhi degli altri, impone a questi due moschettieri il cedere dal proprio “piedistallo” di sicurezza. Si compensano, ma non si modificano con un equilibrio particolarissimo.

Athos. E’ il dramma. Secondo me è l’anima di uno dei due autori (non capisco se Dumas o Maquet, forse il primo), riscontrabile anche nel personaggio di Edmond Dantes, nel Conte di Montecristo. La sua storia è la più complessa e si sviscera lentamente nelle pagine, soprattutto nella seconda parte, gestendo la vicenda più degli altri personaggi, arrivando fino al suo apice come un Vendicatore in carne e ossa. Non vacilla mai apparentemente, non lascia andare nessuno, non cede, ma annega probabilmente il dolore nel vino. Athos ha un problema più degli altri suoi compagni (Aramis si nasconde nella sua visione della religione, Porthos nell’apparire) e non vorremmo mai dirlo, perché sinceramente non fa…eppure…Quello che a noi fa ridere leggendo (dove e come lo troviamo prigioniero quando i 4 se ne vanno in Inghilterra a salvare l’onore della Regina?), fosse reale ci farebbe preoccupare. Eppure non lo si può non amare, perché è forse l’unico che i suoi demoni li affronta senza mai cedere. Impagabile.

De Treville. Ma senza di lui dove andrebbero i moschettieri, tutti, ma in special modo 3 + 1? A ramengo! Immenso, mamma chioccia, politico fine e diplomatico di esperienza, giostra fra il Re e il Cardinale senza mai toccare la Francia a cui ha giurato fedeltà, sembra che si faccia abbindolare da “quei 4”, ma sa benissimo di avere fra le mani materiale di prima classe da lasciar fare. Immenso anche se sparisce nella seconda parte.

Il Cardinale Richelieu. Lascio volutamente da parte Re e Regina Anna perché alla fine sono comprimari attorno a cui tutti girano, ma non smuovono la vicenda. Ma il Cardinale…spiace dire che del personaggio storico ha solo l’apparenza con un atteggiamente quasi bipolare nella vicenda. Il suo odio per la Regina non parte da un discorso politico filo francese, ma è il frutto di un uomo rifiutato: rancore e maschilismo, piccino. Anna viene infangata o almeno si tenta di farlo non perché austriaca, ma perché donna che ha detto di no, mentre altre hanno detto sì, e quindi deve pagare nel peggiore dei modi e non importa se ricopre un ruolo importante nello Stato. Poi per quanto non sopporti i moschettieri, in realtà li invidia tutti, per efficienza, coraggio, spirito di corpo, fedeltà (secondo me invidia de Treville in modo assurdo perché egli, non il Re, ne è l’anima più profonda e costruttiva) e cosa vorrebbe lo si capisce benissimo dopo l’assedio de La Rochelle. A guardarci bene non è lui il cattivo della vicenda.

Milady. De Winter o de La Fère poco importa. E’ lei la villain del romanzo. Lei è il Male incarnato nella sua pelle più seducente. Se apparentemente sembra la lunga mano del Cardinale, in realtà lei si muove e usufruisce del potere datole per ferire, uccidere, distruggere l’altro senza rimorso, anzi con piacere. Se nella prima parte del romanzo passa per una figura di contorno, nella seconda giganteggia e i capitoli a lei dedicati sono di una potenza drammatica impressionante, dove la perversa arte della seduzione si palesa chiaramente. Povero Felton… Di fronte, però, a due uomini feriti anch’ella soccombe, ma rimane un personaggio negativo da riscoprire a cui, secondo me, i film non hanno mai dato il giusto peso. Quello che la differenzia dal Cardinale è che quest’ultimo si muove per potere e politica, mentre lei per solo gusto personale di soddisfazione del proprio ego.

Di spalla, ma a volte fondamentali, i 4 servitori dei moschettieri i quali sono in realtà la lunga mano, nata dallo stesso braccio, dei loro padroni, in molto simili o supplementari per carattere e aspirazione, sono sicuramente usati dagli autori per arrivare dove avrebbe poco senso arrivassero o risolvessero i nostri eroi. Ma quante volte Planchet ha salvato la vita a D’Artagnan! Una stata a lui e a Bazin, Grimaud e Mousqueton.

Voto: 7/8 difficile dare di meno, anche se in certi punti cade il ritmo e le avventure de I3M sono di una ripetitività noiosa, ma da La Rochelle in poi…fuochi d’artificio.

Consigliato: A TUTTI! E scritto in maiuscolo! Ma vogliamo scherzare? Questo libro va letto per l’evasione, per il dramma, per l’avventura, per l’amore clandestino ma che è sempre con la A maiuscola, per le sbronze e le cene a sbafo, per quel senso di amicizia profonda e spericolata che tutti dovremmo avere dove i caratteri si equilibrano per dare il meglio in ogni circostanza, per il sorriso che lascia.

Consigli per la visione: La cinematografia su questo romanzo parte addirittura nel 1909 con un film di Mario Caserini per arrivare a un altro italiano nel 2018 ossia Giovanni Veronesi (che non ho ancora visto). I miei personalissimi consigli sono (vi segnerò solo l’attore che fa D’Artagnan):

“Tutti per uno.

Uno per tutti.”

Scheda Tecnica

Titolo originale “Les Trois Mousquetaires”

anno 1844

traduttore Antonio Beltramelli

edito oscar mondadori

stampato nel 2009 presso Mondadori Printing S.p.A. , Stabilimento NSM-Cles (TN). Printed in Italy

introduzione Pierre Tranouez

con uno scritto di André Maurois

art director Giacomo Callo

copertina “La presa di Gand” dettaglio, di Joseph Parrocel, Parigi “Musée de l’Armée”; foto Perre Merat

pagine 689

prezzo € 11,00

“Anna Karenina” di Lev Tolstoj

A marzo, in piena quarantena, abbiamo finito di leggere “Anna Karenina” o AK per gli amici. Ora, qui non starò a raccontarvi la rava e la fava di come si debba leggere un classico, l’analisi critica e tanto altro visto che non mi compete, ma qui e ora vi racconterò come un gruppo di folli lettrici, dopo aver dedicato un anno e mezzo a questo libro è qua ancora a chiedersi: “Ma perché?”

Chi ha un po’ bazzicato questo lento blog saprà che da 7 anni (eggià, abbiamo appena scoperto che è stato il nostro compleanno l’8 di aprile, e che stiamo superando la crisi del settimo anno) io partecipo, e sono anche colpevole, a un gruppo di lettura online chiamato “Letture Collettive Folli e Sgangherate”: ossia come leggere i classici a puntate come uscirono a quel tempo. A puntate, appunto. E quindi per leggere un romanzo ci vogliono anche 18 mesi…per un parmigiano non è nemmeno una stagionatura, ma per un lettore invece è un’odissea. Eppure è un modo splendido per capire certi classici. AK anche.

Quindi entriamo nel vivo del racconto di questa nostra lettura. Non avevamo mai affrontato i russi e dopo Dumas e il suo conte, ci sentivamo forti e invincibili (o forse ancora stordite e quindi incapaci di contrastare la proposta di una di noi). Stolte! Non ricordavamo come era stato difficile leggere il tanto amato (da altri) Dickens? Ci siamo cascate e abbiamo letto, un po’ come la monaca di Monza quando “e la sventurata rispose…” e si inguaiò per tutta la vita.

IMG_20200402_093800_081[1]Abbiamo fatto fatica ad appassionarci. E scusate se il discorso sarà sconclusionato, ma non è facile a volte mettere insieme le sensazioni. Prima di tutto abbiamo fatto fatica a capire il voltafaccia di Anna. Certo, si capisce che possa perdere la testa per un altro uomo, quando hai un matrimonio di convenienza: scegliere è sempre una cosa più forte che scrivere una x sotto un contratto. Eppure all’inizio Anna viene descritta come una donna inarrivabile e irreprensibile, quasi un modello di virtù e le basta un viaggio in treno per non capire più niente. Ci sta, è il colpo di fulmine. Lo capiamo. Anche se Tolstoy farà di tutto per descrivere fisicamente Vronskij nel peggior dei modi (se non ricordiamo male è stempiato e con dei tratti di chi alza un po’ il gomito), anche se poi, più passano le pagine gli dà una fortezza psicologica che pochi avrebbero avuto nella sua situazione. Anna invece cade vorticosamente nel suo inferno personale, rivelando un carattere incostante, debole, infantile e paranoico. E vendicativo. Perde davvero tutta la sua potenza di gran donna e madre, per entrare in un abietto modo di esistere, altalenante sul rivendicare la forza del suo gesto (che diciamocelo lo possiamo capire), al far pesare al compagno tutte le loro decisioni, a far subire alla figlia il dispresso della sua situazione (pur non trattandola male, Anna jr è una figlia di seconda scelta che mai eguaglierà il fratellastro maggiore in affetto). Sicuramente Tolstoj avrà voluto dire qualcosa raccontandoci la sua vicenda personale, ma non è certo quella di raccontare un’eroina romantica. Forse, e dico forse, è per mostrare a tutti quanto è facile cadere, quando si sceglie il proprio egoistico interesse. Eppure, anche se la descrizione non è mai edificante, lo scrittore non calca la mano nel giudizio, ma più (subdolamente?) le paragona la vita di Levin Konstantin e la ex svampita Kitty.

Ecco i secondi protagonisti veri della vicenda, quelli forse troppo banali per passare alla storia della letteratura e avere un qualcosa che li indentificasse. Eppure su di loro lo scrittore russo basa tutta la narrazione per far arrivare un chiaro messaggio: la vita di campagna, la conquista di un amore sincero, la conversione alla fede, il lavoro fisico anche quando si è imprenditore agricolo e si hanno delle responsabilità, sono i veri valori di una vita spesa con coraggio e da cui si traggono i migliori frutti. Il loro amore nasce contrastato, monco all’inizio, viziato dalla giovane età e dall’inesperienza; sembra naufragare, ma poi complice il destino (in una delle scene più assurde e cifrate della letteratura) sboccia e si va via via a costruire con una Kitty evanescente che diventa moglie e madre solida e solidale e un Levin adolescente in un corpo di adulto che prende su di sè tutti i doveri del pater familias, anche attraverso il dolore e le paure più profonde.

E da romanzo, mentre la famiglia di Levin inizia a essere il polo di attrazione costruittiva di una famiglia allargata, Anna diventa un nome da non dire in una società che vive benissimo senza di lei. Levin costruisce, Anna viene dimenticata. E’ anche questo il paradosso doloroso che mi ha pervaso alla fine della lettura. Sapevo come sarebbe andato a finire (e sinceramente a quel treno tutte noi del club dobbiamo tanto), ma non mi aspettavo che Anna diventasse un personaggio marginale pian piano che si avvicina la fine, sparendo poi del tutto come se fosse stata una parentesi fastidiosa ma ininfluente. AK l’eroina della letteratura in realtà è una meteora che non cambia nulla; che nell’economia del romanzo non sposta in realtà niente a tal punto che tutto andrà in mano al signor Karenin senza che nessuno si opponga (tristissima la decisione finale di Vronskij). E allora perché farne il perno del romanzo, dandogli il nome di lei? Non lo so, non siamo riuscite a spiegarcelo.

Ecco perché bisogna spostare la grandezza di questo romanzo non sulla sua protagonista o su Levin (che in certi momenti ha fiaccato anche lui la borsa come pochi!), ma su due elementi: i grandi affreschi della Russia e la scrittura di Tolstoj.

Sul primo elemento ci si potrebbe soffermare per ore, ma non è questo il mio intento. La Russia appare in tutta la sua decadente grandezza, dove da una parte la nobiltà cerca imperterrita di mantenere il suo potere su tutti senza mai dover rendere niente a nessuno, mentre dall’altra parte una nascente classe politica lavoratrice fa sentire il suo mormorio soffuso e roboante in continuo fermento. Ci sono i grandi fenomeni culturali che vanno e vengono dall’Europa, come lo spiritismo.

Sul secondo elemento non abbiamo altro che dire che era un signor scrittore. Tutte le descrizioni della vita bucolica, legata ai pezzi dedicati a Levin, sono tutte una spanna sopra alle descrizioni della città (ed è chiaro l’intento), poi si arriva a livelli di lirismo drammatico nella scena madre dedicata al fratello di Levin o verso il finale. Credo che sia questo elemento che abbia salvato il romanzo dalla dannazione eterna del nostro gruppo di lettura.

Perché…AK non l’abbiamo retta per le ragioni sopradette; Vronskij per quanto abbia fatto un percorso di crescita interessante in tutto il romanzo, rimane comunque uno che alla fine ha perso e non ha lottato; il signor Karenin vive di sponda e oscilla come una banderuola senza capire se odiare la moglie (comprensibile umanamente) oppure perdonarla cristianamente (come dovrebbe fare in base alla sua crescita ipotetica); Levin è Tolstoj e quindi, che vuoi dirgli?; e tutti gli altri più o meno di contorno.

E quindi ci rimane una domanda: perché amare un personaggio come AK?

Per noi, donne adulte e alcune con già una vita anche matrimoniale avviata e costruita nel tempo, non ha sconvolto il fatto che una donna prendesse una sbandata per un altro uomo; non ci ha colpito il fatto che questo è anche un romanzo passionale; ci ha colpito la degradazione psicologica e umana di Anna; questo suo scendere nel suo inferno senza un vero perché; un vigliacco non voler affrontare la realtà dando la colpa ad altri. In lei non c’è lotta, non c’è conquista, ma solo un lagnoso tentativo di distruggere tutto (anche quel poco o tanto che ha strappato dal suo destino precostituito), non c’è il romantico amore che porta al dramma, perché per quanti sforzi fatti non si riesce a strappare nulla. Anna risulta non perdente in senso del perdere perché la sua lotta è impari, ma una perdente dove a priori decide di non fare, di non agire, di lagnarsi e distruggere. Sinceramente non me lo aspettavo e la cosa mi ha lasciato l’amaro in bocca.

Lascio a chi ha amato questo romanzo il bel gusto del lettore e non mi impegnerò mai a far cambiare idea perché un libro è un rapporto e smuove cose e ricordi ed esperienze che sono personali, ma un giorno mi piacerebbe, finita questa quarantena, poter trovarmi davanti a un bel piatto di buon cibo e buon vino e discuterne amabilmente, magari rimanendo ognuno nel suo posto, ma sviscerando davvero al massimo uno dei personaggi femminili più conosciuti (o forse non davvero) della letteratura mondiale.

“Imprimatur” di Monaldi & Sorti

Premessa: ho trovato questo libro noioso e inutile. Se invece a voi è piaciuto, fatemi il piacere di non voler polemizzare, anzi se dovete polemizzare non leggete questo posto; se invece volete un confronto liberissimi, ma tanto il libro non mi è piaciuto per nulla e non mi farete cambiare idea.

Seconda premessa: non leggo volentieri romanzi storici. Li evito quasi come il vicino di casa con i bubboni sotto le ascelle, mentre alleva topi. Mi rettifico, alcuni li leggo, tipo i gialli della Comastri Montanari, ma sono rari perché lei ha la capacità di far capire al lettore che sa di quello che sta raccontando (oltre allo svolgersi della vicenda che ha inventato), ma senza lo spiegone.

Cosa è lo spiegone. Lo spiegone è quello che di solito fa il cattivo verso la fine del film quando ha catturato il nostro eroe: gli spiega tutto il suo agire e cosa farà dopo. Di solito è di una noia mortale, perchè se sei stato attento al film hai già capito quasi tutto; se il film era incentrato sul cattivo sai già tutto perché lo hai visto; se non hai capito o il film era inguardabile o tu stavi facendo dell’altro e forse non hai avuto tutti i torti.

In un libro lo spiegone è non solo quello (no, Miss Marple e Poirot non fanno gli spiegoni, ma rivelano l’assassino. Sottigliezza? Io non credo), ma è anche quel modo di scrivere didascalico che elenca ogni cosa, ogni situazione, rendendo non solo le descrizioni una cosa da sito turistico, ma i dialoghi assolutamente innaturali e stonati, come se tutti parlassero come se fossero a una lezione o fossero dei libri aperti. Di solito questo modo di scrivere i romanzi storici io li ho trovati in coloro che non hanno il dono della narrativa o in coloro che vogliono far vedere quanto sono bravi o hanno studiato. Ritengo che i nostri autori siano di questa ultima specie. A questo punto non so se a fine lettura avessi dovuto dare un voto…

Ho voluto leggere questo libro dopo un articolo de “La lettura” (che leggerlo fa tanto blogger di libri, uno di quelli che fa le cose giuste; peccato che a volte salti gli articoli perché sono scritti in modo non comunicativo, ovvero si parlano addosso. Ma tant’è, una cosa del genere senza dover comprare anche dei quotidiani che non mi interessano non ce ne sono molti in giro) e soprattutto dopo aver letto nello stesso che questo libro era stato osteggiato da tutti e non si poteva trovare e non si voleva che si pubblicasse. Ok, ha vinto il mio masochismo e mi ha detto “vediamo se è un altro ‘Codice da Vinci'”, sotto inteso chissà quali fandonie spacciate per verità andrà a dire. A dir la verità non ricordo di aver mai sentito questa polemica, nè tanto meno che il Vaticano venisse tirato in balla e il fatto che non rispondesse venisse manipolato come censura. Insomma, non ricordo nulla di questo “caso Imprimatur”. E credo, dopo averlo letto, che non ci sia mai stato davvero, ma che sia stato un modo degli editori che ne avevano i diritti per pompare la vicenda e vendere un libro che molto probabilmente non aveva venduto all’inizio perché…noioso!!! Totalmente noioso!

ATTENZIONE!! Quanto leggerete dopo contiene eventuali spoiler!

imprimatur
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Spacciato per saggio (perché si parla di questo fantomatico documento che solo loro avevano ritrovato), ma scritto come un romanzo, inframmentato con nozioni di Storia del seicento, soprattutto dell’assedio di Vienna (anche se tratto marginalmente, in realtà interessava più la Francia e il suo re e anche il duca d’Orange), con lunghe spiegazioni tecniche di cose, fatti e persone. Più leggevo e più mi appariva tutto un po’…fasullo. Oh, non voglio dire che non esista un carteggio che racconti un tentato omicidio del papa per motivi che esulano dalla religione, ma quella serie di personaggi, anche un po’ monolitici nel loro essere, chiusi in una locanda e una sequenza di eventi e rapporti paiono tutti molto forzati, poco realistici, poco verosimili per un fatto storico. Al di là del parlare, dello scrivere del narratore e di tante altre situazioni. A mio parere un documento è stato trovato, magari una lettera e da lì gli autori hanno ricamato su la vicenda (che è il compito del romanziere, non dello storico). Tutto legittimo, per carità, ma si chiama pubblicità e non saggistica spacciata per narrativa.

In più stiamo a cercare il motivo dello scandalo e sinceramente per chi come me ha a che fare con la Storia non ne ho trovato mezzo. Un papa che intrallazza con altri principi dell’Europa per ottenere favori o altro? Normale, era alla fine un capo temporale oltre che spirituale e “mors tua vita mea”. Un papa che toglie gli usurai per dar spazio ai maneggioni di famiglia? Altra cosa non certo spirituale, ma niente che non sia accaduto. Insomma, per chi sa leggere la Storia, anche solo in riviste per non tecnici  come “Storica” del National Geographic, trova assolutamente banali tutti questi ‘scandali’; certo che se voi credete a tutta la fuffa alla Voyager (che parla parla, confonde le acque e poi non dice nulla. Fidatevi, una volta provate ad ascoltarlo ad occhi chiusi, come si fa quando c’è la radio. Vi accorgerete che a volte non finiscono manco le frasi.) allora anche la più piccola fonte per voi potrebbe essere sconvolgente. Possiamo parlare della cura della peste? In quel periodo ce ne sono state tante di ipotesi e di cure, comprese quelle abbastanza riuscite anche di Nostradamus. Insomma niente di nuovo sotto al sole.

Questo libro è noioso, scritto in modo didascalico e didattico, con personaggi per niente emozionanti o che ti permettano di andare in empatia, con una storia che dice poco e tanto scalpore per nulla. Auguro ai due scrittori di poter godersi il proprio successo e scrivere altri libri se hanno pubblico, ma con questo non hanno per niente preso me. Pazienza. Berrò alla vostra.

Voto: 2 Voto senza possibilità di rimediare. Per fortuna che lo avevo preso in biblioteca.

Scheda tecnica

anno di pubblicazione: 2002

casa editrice: Baldini&Castoldi

finito di stampare  agosto 2015, da Grafica Veneta S.p.A.- Trebaseleghe

copertina: “Nicolás Omazur” di Bartolomé Esteban Murillo, dettaglio. Museo National del Prado © Photo MNP/Scala, Firenze

art director: Mara Scanavino

graphic designer: Alberto Lameri

pagine 670