“Metro 2033” di Dimitry Glukhovsky

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recensione di goodreads

Primo libro post apocalittico letto con la coscienza che lo sia davvero. Mi spiego meglio. Il genere non è uno di quelli che mi interessa a primo acchito forse per quel senso di disperazione che si pensa debba pervadere tutta la vicenda, forse perché alla fine è qualcosa che cambia la visione del futuro. Eppure non è la prima opera di questo genere che ho guardato, ecco guardato, perché alla fine di post apocalittico ho visto con piacere la serie dedicata a Mad Max e soprattutto da bambina ho amato il cartone di Hayao Miyazaki “Conan il ragazzo del futuro“. Che cosa differenzia un romanzo di fantascienza da uno post apocalittico? Bhe quell’apocalisse che ci sta in mezzo, anche se a volte il futuro nella fantascienza è molto vicino per condizioni climatiche e di abbruttimento sociale a un post qualcosa. Più leggevo questo romanzo e più cercavo di cogliere le differenze fra i generi,  che ci sono mancherebbe altro, ma a volte si mischiano con il fantasy o con non so cosa: le classi sociali, le micro culture che sembrano tribù, i miti ancestrali come rilettura della storia, la guerra, la povertà, la carestia, il senso di pericolo imminente, il diverso. In un fantasy il diverso a volte è un’altra razza esistente e conosciuta, qui invece è la metamorfosi dell’uomo dopo i danni delle radiazioni.

Arriviamo al romanzo a questo punto. Abituati come siamo a letterature di stampo anglosassone ritrovarmi ancora in Russia (dico ancora perché di certo la saga dei Guardiani è il paragone più forte che ho, ma cosciente che altri romanzi russi moderni mi sono capitati stranamente fra le mani) fa strano, perché è evidente il loro orizzonte circoscritto e non messianico (gli americani hanno la visione americocentrica messianica di salvatori del mondo), una sorta di auto chiusura al mondo. Lo si vede anche, scusate l’intermezzo ludico, quando giochi a “Sine Requie” in cui la Russia viene trasformata in una tecnocrazia spinta isolata dal resto del mondo come un gigante ferito e incazzoso. Ecco, nei libri la sensazione è la stessa. Qui la popolazione sopravvissuta all’olocausto nucleare è rintanata nel dedalo della metropolitana, divisa in stazioni e clan, mischiate fra loro e in continuo contrasto, mangiando carne di ratti (o di maiali allevati sotto terra) e bevendo tè di funghi. E all’esterno i Tetri o i mutanti o quel che è, ma comunque altre razze ostili pronte a predare gli umani.

In tutto questo casino umano si muove il nostro eroe protagonista Artyom che ne vive più lui che tutti quanti noi messi insieme, muovendosi fra una stazione e l’altra per compiere una missione a cui è stato chiamato, venendo a contatto con molte di queste società viventi nella metro e uscendone ogni volta vivo e vegeto anche dopo aver subito le peggio cose. Lui è l’eletto. Lo abbiamo capito subito e non c’è punto in cui, in un modo o nell’altro, questo non venga ribadito. Un po’ troppo. Questo è il vero punto negativo di certi tipi di libri: l’eletto troppo fortunato. Certo, mi potrete dire che subisce questo e quello (non faccio spoiler), che vede morire quello e l’altro, ma capite bene anche voi che è un cliché tipico di una certa epica narrativa, ma che non bisognerebbe abusarne per facilità di resa. Ulisse in 20 anni ne vive di cotte e di crude, ha gli dei dalla sua parte, fa danni come pochi (si metta a verbale che io lo adoro, ma cacchio è curioso e dannoso come pochi!), non ubbidisce, ma riesce a salvarsi non solo per il solo intervento divino, ma anche per il suo ingenio, la sua volontà e la sua capacità di sfruttare le doti dei suoi compagni (vogliamo ricordare la fine di Polifemo?). Invece in molti romanzi moderni l’eroe ha una fortuna sfacciata e un sacco di comprimari che muoiono come le mosche per permettere a lui di vivere e capire. A volte è un po’ troppo.

Il libro fa parte di una trilogia e questo è sicuramente il volume introduttivo ed è questo il suo vero difetto: leggere più di 700 pagine e avere un atlante di luoghi, tribù e situazioni, seguendo il protagonista che va da una parte all’altra. Punto. Succede di tutto ovviamente, ma la sensazione è che succeda per farci vedere a noi cosa c’è; manca quel pathos narrativo di chi va da un punto A a un punto B perché deve fare qualcosa, manca quella vicenda veritiera (o verosimile, decidete voi che non è mai verità quando si legge un libro) che fa pensare che quello che si sta leggendo è credibile. Non so, ma non ho trovato vera empatia se non nel finale quando Artyom riesce a concepire la realtà in modo differente da come gliela hanno sempre raccontata e cerca di capire cosa sia successo e cosa si dovrebbe fare.

E il messaggio? Si ha sempre la sensazione che questo genere di libri debbano contenere una morale da regalare al lettore del tipo “se fate così diventerete così e blablabla”, una visione militarista o una ecologista, un modo di far ragionare chi segue cosa è successo; io questo  messaggio non l’ho visto. Lo si metta agli atti. C’è? Può essere, non lo posso escludere, ma di certo è molto soft.

Voto 6 e mezzo. Il libro non mi ha entusiasmato e, come ho detto sopra, leggere 700 pagine per avere una descrizione dell’ambientazione e di chi ci vive è un po’ troppo e soprattutto avere un eletto troppo eletto mi viene un po’ a noia. Mi ha incuriosito quel tanto da vedere se “Metro 2034” riesce a muovere un po’ la vicenda e far circolare meglio personaggi e situazioni.

Scheda tecnica:

Titolo originale: Metpo 2033

anno di pubblicazione:

traduttore: Cristina Mazzucchelli

edizione: multiplayer.it Edizioni

finito di stampare: marzo 2010 presso Grafiche Diemme-Perugia

pagine 779

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“La regina d’inverno” di B.Akunin

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Ho recuperato l’inizio della saga con protagonista l’investigatore russo Fandorin perché quando ad ottobre ho letto un capito a caso della saga il personaggio mi aveva incuriosito.

Qui siamo alla sua “nascita” professionale, ne vediamo i sintomi, le capacità, i difetti e notiamo fin da subito come sia un personaggio in linea coi grandi investigatori (capacità superiori alla media), ma quanto il suo autore lo abbia creato un po’ macchietta: giovane, arrossisce spesso, ingenuo, sognatore. Non posso dire che è quello che ci si può immaginare da un personaggio di quell’epoca in quanto non ho mai letto (a quanto io ricordi) libri russi, ma di certo è coerente con l’immagine che mi ero fatta con la precedente lettura, anche se, tocca dirlo, tira un po’ gli schiaffi (ho tradotto liberamente dal dialetto per dire che ha comportamenti talmente assurdi da far prudere le mani e far venir voglia di dargli degli scappellotti sulla testa per svegliarlo).

La trama è paradossalmente semplice: giovani bene si suicidano senza un vero motivo, lasciando la società alquanto perplessa e distaccata. Cosa c’è dietro? Cosa c’entra l’orfanotrofio all’avanguardia di stampo inglese da poco installatosi in Russia? E i nichilisti cosa vogliono fare? In una Russia che sente e percepisce che il vento sta cambiando, che non si arrende alla difesa dello zar e del suo sistema di governo e privilegi e ceti sociali, in tutto questo marasma sopito e gestito all’ottocentesca, il nostro eroe si muove fuori dagli schemi, andando contro ai suoi capi, scontrandosi con il mondo. Ovviamente dalla sua ci sta il genio o l’intuito sopraffino e una fortuna sfacciata, anche se…

Di lettura scorrevole e piacevole, l’autore conduce il lettore attraverso mezza Europa da San Pietroburgo a Londra senza troppo distrarlo con descrizioni inutili, lo sorprende coi colpi di scena svelando il vero volto dei protagonisti, lasciandolo a bocca aperta sul finale. Riprendendo una qual forma di mentalità ottocentesca il libro risulta credibile come romanzo storico, senza troppe forzature moderne o visioni futuristiche; dettagli che non posso giudicare nella correttezza storica, ma che facilitano l’immedesimazione nel protagonista o nei comprimari. Davvero una piacevole scoperta, anche se non lo ritengo un libro eccezionale che consiglierei immediatamente come libro giallo, ma considerando che io fatico (per impostazione “lavorativa”) a leggere libri storici di alcun genere, questo è stato una sorpresa che più avanti vorrei ricordarmi di leggere ulteriormente.

Voto: 6 e mezzo

Scheda

Titolo originale (scritto in caratteri non cirillici ovviamente): Azazel

Traduttore: Pia Pera

si ringrazia Elena Kostioukovitch per la cura editoriale

Anno di pubblicazione: 1998

edizione Frassinelli Paperback giugno 2000

stampato nello stabilimento N.S.M. di Cles (TN), printed in Italy

copertina: illustrazione di F.E.P design

Nota: quando faccio la scheda tecnica una cosa interessante è vedere la pubblicazione originale e quando è arrivato da noi. Questo libro e “La morte di Achille” sono stati pubblicati nel 1998 entrambi (se non ho scritto male la data), ma la Frassinelli ha fatto aspettare ben 7 anni l’uno dall’altro. La fortuna del lettore appassionato è che sia stato pubblicato, ma non sempre è così; a volte poi gli editori pubblicano i libri senza osservare la sequenza originale, incasinando non solo la lettura, ma anche mortificando il lavoro dello scrittore. Ci vorrebbe più attenzione per il lettore, al di là del fatto che a volte le saghe vengono interrotte a metà senza una motivazione (se non quella economica che comprendo, ma non condivido). 

“La morte di Achille” di Boris Akunin

Sono stordita e per quanto avessi capito che era ambientato in Russia mica avevo capito che era nella Russia zarista! Quindi dopo un subitaneo stordimento mi sono fatta prendere dalla storia, ma soprattutto dall’atmosfera che è quella che ci si aspetta: romanzata, pulita, ieratica, estrema, ma occidentale e senza problematiche. Ci sono entrata a capofitto senza pensieri e per una buona metà del libro mi sono veramente appassionata. Poi lo scrittore ha cambiato registro e un po’ mi ha annoiato. Ma procediamo con ordine.

http://www.lafeltrinelli.it/libri/boris-akunin/morte-achille/9788876846625

Prima di tutto questo libro è uno di una serie che ha per protagonista l’assessore di collegio (che sinceramente non so cosa voglia intendere) Fandorin, salito sugli altari delle buone conoscenze grazie al suo intuito e alla sua capacità di risolvere i misteri più intriganti. Al suo servizio Masa, un giapponese (che magari leggendo i libri precedenti potrò conoscere meglio) misto samurai-servitore-spalla investigativa. Questa coppia investigativa è un po’ un classico e anche qui non sembra uscire dagli schemi che tanto aiutano gli scrittori a dividere responsabilità e capacità su due uomini straordinari per non convogliare il tutto in un superuomo, eppure Fandorin risulta stranamente fuori dagli schemi, super fortunato anche quando è più disattento, mentre Masa risulta a volte macchiettistico quasi un Kato dell’ispettore Clouseau. Perché questa scelta? Non saprei dire, ma quest’altalenante caratterizzazione non mi convince più di tanto e mi lascia perplessa. Il personaggio Fandorin è interessante di suo, anche nelle sue esagerazioni, proprio perché un po’ ci si aspetta che l’investigatore sia superiore al comune uomo normale e perché “gli eroi son tutti giovani e belli” (cit.) e lui un po’ l’idea dell’eroe per caso ce l’ha; solo che questi momenti di incapacità non lo rendono più umano (e quindi il lettore può immedesimarsi meglio), ma solo fastidiosamente distratto e quindi la lettura perde di ritmo.

Altra cosa che mi ha lasciata perplessa è il cambio di registro di narrazione a circa metà libro. Non è che sia sbagliato o che abbia rovinato narrazione, investigazione e svelamento, ma solo l’ho trovato un po’ artificioso, facendomi perdere il ritmo e il senso del racconto. Alla fine un altro espediente narrativo fa riprendere la narrazione con un buon ritmo e conclude degnamente il giallo. Non vi posso dire di più, fidatevi.

Momento di panico: la lettura dei nomi propri! E la mia dote naturale di confondere nomi e personaggi, dovendo così, all’inizio, rileggere alcuni nomi e capire chi davvero sono. Non ne faccio una colpa a nessuno: è un romanzo russo e quindi i nomi sono russi e quindi per me complicati soprattutto quando partono con nomi, cognomi e soprannomi…Vostro onore chiedo la grazia!

In soldoni cosa penso di questa lettura? Che è stato un piacere conoscere questo autore anche se non sono impazzita per lui. Che il romanzo è ben scritto, logico in ogni suo passaggio, con quel minimo di descrizione che serve il lettore a rimanere preso dall’atmosfera ma non a notare errori eventuali (però mi sottometto al giudizio di qualsiasi appassionato storico del periodo della Russia zarista), anzi che è proprio l’atmosfera un po’ patinata il vero bello di questo libro. Che mi cercherò gli altri libri precedenti per vedere chi è Fandorin, chi è Masa e come si sono conosciuti, se mai è stato scritto.

voto: 6 e mezzo

Scheda

Titolo originale (scritto in caratteri non cirillici ovviamente): Smert’ Achillesa

Traduttore: Mirco Gallenzi

si ringrazia Elena Kostioukovitch per la cura editoriale

Anno di pubblicazione: 1998

edizione Frassinelli Paperback aprile 2007

stampato nello stabilimento N.S.M. di Cles (TN), printed in Italy