Buon compleanno Charles Dickens!

http://www.dickensmuseum.com/
Per la sua biografia: http://en.wikipedia.org/wiki/Charles_Dickens

Caro il mio Charles, ti ho conosciuto come tanti tuoi compari chiamati classici in età adulta, con tutto il cinismo e la “saggezza” che la vita comporta (si spera) quando gli anni passano, la voglia di divertirsi rimane e il volto è ancora quello di una ragazzina (la prossima volta che alle votazioni mi dicono che non posso votare per il senato, riforma o meno, gli tiro la carta d’identità addosso). Ma torniamo a noi. I film tratti dalle tue opere si sprecano e sei finito in mezzo in ogni situazione possibile e immaginabile e ammettiamolo sei diventato noioso e pesante per colpa altrui. Da te solo scene tristi, vicende al limite del taglio delle vene, cattivi che più cattivi non si può ma troppo normali, davvero…sei stato raccontato a tutti noi come la palla più palla del mondo. Oppure la Disney ha preso la tua opera più festiva (“Canto di Natale”) e l’ha trasformato in uno dei suoi gioielli meglio riusciti e devo ammetterlo è davvero impossibile per me non vedere in Scrooge il volto di Paperone o nello spirito del natale futuro quello di Gambadilegno.

Eppure…eppure…come dire…mi sei capitato in casa senza volerlo, aprendo la porta non solo ai tuoi racconti, ma anche a tanti tuoi sodali scrittori che sinceramente non avrei voluto far entrare. Sai com’è…quando si inizia il gioco delle letture collettive, quando si esce dal proprio sicuro recinto di lettore e si decide che è ora di rischiare, si fanno queste e altre cose.

Ho letto “Canto di Natale” in due ore, bevendolo e alla memoria non è apparso solo Topolino & co, ma anche “La vita è meravigliosa”di Capra e ho scoperto un vero gioiellino fatto di un miscuglio di leggerezza e profondità, di stimolo a guardarsi dentro e voglia di rischiare per cambiare; un libro che dimostra che non è la mole di pagine o il numero di parole a fare un gioiellino che rimarrà per sempre nella storia della letteratura.

Poi mi sei caduto con “Il nostro comune amico”. Ora che siamo fra noi due, puoi dirlo Charles, senza remore: c’hai pagato le bollette con questo lavoro? Non ti è mai piaciuto, l’hai tirato alla lunga, solo per quel motivo, vero? Non c’è altra spiegazione! La vena ironica e sottile si è trasformata in sarcasmo e pesantezza tipica delle vecchie comari inacidite e la presentazione di personaggi tutti di una bidimensionalità asfissiante; hai nascosto il piglio sotto alle vesti dei pochi personaggi che spiccano per umanità e completezza. E’ colpa delle bollette, non c’è da dire altro, perché aver letto con attenzione quei due libri fa pensare che non siano stati scritti dalla stessa persona, pur mantenendo un labile filo rosso di comunanza.

Mi dicono che nel mezzo ci sono altri validissimi libri, ma diciamocelo alcuni mi attirano come mangiare il pane secco senza l’ausilio di un bicchiere d’acqua. Perché sei stato preso come banditore della sfiga che imperversa fra le persone? E’ solo colpa dell’epoca in cui sei vissuto, della tua vita, della società londinese? Oppure è solo la nostra programmazione scolastica italiana da “pezze al sedere e lacrime da versare” che ha preferito divulgare “Oliver Twist” piuttosto che altri romanzi più leggeri?

Qui lo dico e non lo rinnego che è mia volontà darti altre possibilità di dimostrare il tuo carattere e il tuo valore, la tua ironia e il tuo sarcasmo, lontano dalle recensione della intellighenzia che ci vuole tutti tristi, pensierosi e con le dita continuamente schiacciate nel cassetto.

Buon compleanno Charles Dickens!

 

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“Il nostro comune amico” capitolo II

Titolo: “L’uomo di non-so-dove”.

La famiglia Veneering, nuova di zecca!, e il signor Twemlow che sembra più un soprammobile da arredare che una persona fatta e finita, sono i protagonisti iniziali questo capitolo.

Cambio totale di stile e modo di raccontare, attraverso una cornice totalmente surreale che ricorda le critiche ironiche e sarcastiche di una Jane Austen sulla società del suo tempo, ma poi si incastra meravigliosamente bene su una sceneggiatura alla Fratelli Marx.

“Forse l’umorismo ha un risalto maggiore per via di qualche cosa di giallo che le rende la gola simile alle zampe delle galline spennacchiate.” Ogni descrizione fisica dei personaggi è inflessibile e impietosa, mostrando più caricature di uomini e donne che persone vere e proprie.

Sulla falsa riga del surreale la descrizione dell’improbabile araldica dei padroni di casa, durante una festa con tante persone fra loro sconosciute, scovata grazie ad un altro improbabile studioso: un antenato crociato e un cammello. Anzi solo il cammello, riprodotto su tutte le stoviglie.

Il titolo del capitolo fa riferimento a una storiella raccontata dal signor Mortimer durante la cena organizzata dai signori Veneering. Personaggi e situazioni sono mascherate, vien da dire, sotto ruoli e condizioni economiche assurde (il padre è un rivenditore di immondizia, tanto per dire. O forse è un accumulatore che per ciò si sente molto ricco), ma da quel senso di già sentito, di pettegolezzo non volutamente rivelato ma che “non si può tacere” (mah!). E la conclusione di un padre che scaccia figlio e figlia, che scrive un testamento capestro per il figlio, ripeto la conclusione è totalmente svilente.

Mah…mi immagino di essere un lettore di inizio ‘900 e che si trova a concludere la puntata con un nulla di fatto. Mah…