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“Accabadora” di Michela Murgia

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Per la terza puntata del nostro Giro d’Italia Letterario ci siamo trasferiti in Sardegna. Le aspettative su questo libro e su questa regione per me erano molto alte perché pur non essendo sarda, mio nonno lo era e sento quella terra misteriosamente dentro di me (chi mi conosce sa che non posso spiegarmelo in modo logico, ma è una cosa che coinvolge pancia e DNA); in più il libro era nella mia wl per la trama intrigante. Quindi ho iniziato con piacere la lettura, inforcando il mio ereader e portandomelo in giro per qualche giorno visto che la lettura del libro è scorrevole e facile.

Ammetto che non so valutare questo libro perché da una parte mi ha deluso profondamente, ma dall’altro ha risvegliato ricordi della mia famiglia e sensazioni sopite.

La delusione parte proprio dalla storia o meglio dal modo di raccontarlo: senza empatia, senza mai approfondire. Per qualcuno potrà significare una sorta di pudore, ma alla fine a me è sembrato solo un’analisi sociologica nemmeno troppo ben fatta. Il tema è scottante: l’accabadora non è una maga o una strega, ma una che accompagna le persone nel trapasso e lo fa non nel modo simbolico della preghiera, ma il suo aiuto è pratico, serio, importante. Il personaggio è Bonaria Urria. Un gran bel personaggio, serio, silenzioso, forte, donna con la D maiuscola ma che non ha niente della femmina; è colei che non solo porta un grande fardello, ma lo porta con la serietà della comprensione della sua importanza; compie un passo normale nelle società arcaiche, adottando una delle figlie della sorella vedendo in lei qualcosa di particolare. Eppure qui finisce. Bonaria insegna a Maria solo ad essere una buona sarta e a dare importanza alla scuola, o meglio le insegna ad essere una donna moderna, con una straordinaria modernità (per il periodo in cui è ambientato) e spirito di indipendenza e rispetto; ma dimentica totalmente di insegnarle quello che è il compito che le è stato affidato, forse perché Maria deve essere solo figlia e non allieva o forse perché la scrittrice non ha approfondito (perché non si può raccontare o perché a lei non interessava) il concetto dell’apprendistato? Bonaria è solo madre e non deve essere maestra di segreti? Questo aspetto forte, interessante rimane rinchiuso in quell’unico personaggio coprotagonista che rimane però sempre un passo indietro nella vita della ragazzina. Mi spiace, perché tutto il senso del magico, dello spirituale, del sovrannaturale nella cosa più naturale che esista per la vita, morire, viene abbozzato come un compito mal eseguito. Alla fine Maria dovrà capire da sola, come il lettore e questo per me è uno sbaglio, perché in questo modo la trasmissione del sapere si perde e non trova più il suo senso.

Quello che invece mi ha preso, fino a farmi venire le lacrime agli occhi, è ritrovare nel racconto della vita dei sardi che rimangono, mentre i loro cari partono per la Grande Guerra, la vicenda di mio nonno che ragazzo del 1899 partì per la guerra ancora minorenne con la Brigata Sassari e rimase in continente per tutto il resto della sua vita. Morto che io ero bambina, non ho mai potuto sapere cosa avesse provato a non tornare più dai suoi cari e nel trovarsi in un altro mondo, in un’altra terra, lontano dalla sua terra. Rimane dentro di me il senso del suo sacrificio e della sua fermezza nel costruirsi un altro futuro diverso da quello che forse lo aspettava nell’isola. Sentire il racconto di Bonaria su suo marito morto lontano, andando verso il Piave, mi ha fatto quasi piangere e l’ho trovato fortissimo, ma poi mi è stato troncato di netto come se ci fosse troppo pudore nelle pagine. Queste continue interruzioni nei momenti in cui la vicenda entra di più nelle pieghe dell’animo sono state una vera rottura sia perché lascia il senso dell’incompiuto (mai bello in un libro), sia perché sembra quasi una presa in giro.

La Sardegna appare poco, ma in piccoli particolari che bisogna aver vissuto o sentito raccontare o aver mangiato: è nei dolci appena fatti, morbidi e dolci, nei pani simbolici fatti con le mani della tradizione; è nel campo di grano rubato spostando il muretto; è negli abiti neri del lutto (stupenda la spiegazione del perché ci si vesta a lutto) che fanno contrasto con quelli colorati ma dosati; è nella serie di rapporti personali che allargano la famiglia oltre il concetto del sangue. Ma soprattutto è nella spiegazione di Bonaria, paragonando l’Italia e la Sardegna al rapporto Madre e Figlia: appartengono allo stesso ceppo, vengono una dall’altra, ma sono due cose separate, ma pur separate sono unite (questo è il mio ‘sunto): rapporto profondo, intensissimo, frutto di quello strano regno che era l’unione fra il Piemonte e la Sardegna con quel suo unico re che veniva dai francesi più che dagli italiani. Per il resto l’ho poco riconosciuta, soprattutto avrei voluto rivederne la natura forte ed evocativa.

Alla fine diciamo che il libro è una piacevole lettura, una serie di argomenti trattati a me cari o che mi interessavano, ma di cui mi aspettavo più approfondimento e non l’ho trovato.

Categorie: Giro d'Italia Letterario, Letture collettive, Libri | Tag: , , , | Lascia un commento

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