“Il garage ermetico” di Moebius

20180502_181142_wm[1]Moebius è uno degli pseudonimi dell’artista Jean Giraud (1938-2012), artista francese a tutto tondo. Tendenzialmente cerchiamo di limitare i disegnatori di fumetti a un solo ambito, per una certa tendenza a minimizzare le capacità artistiche (oh come sono polemica con chi non capisce i fumetti! oh come sono polemica!), ma qui è davvero difficile limitarne a un solo ambito. Qui stiamo parlando di un autore poliedrico, curioso, rivoluzionario e ben poco etichettabile, che ha scelto come suo strumento il fumetto piuttosto che altro.

 

Creando Moebius ho rappresentato qualcuno che aveva scelto per la propria esistenza il compito di creare, di dare vita a un mondo. Era quello che sognavo per Jean Giraud.

Nel 1965 crea “Blueberry”, un ottocentesco tenente di cavalleria dell’esercito degli Stati Uniti, entrando a piendo diritto nell’epopea del wester con un metodo narrativo più simile alla cinematografia che al fumetto di allora.

Negli anni ’70 crea insieme ad altri disegnatori la rivista “Métal Hurlant“, vera e propria fucina dell’avanguardia figurativa francese. Il loro motto era rompere gli schemi, scomporre la narrazione e rinunciare ai legami fra le vignette. Si parla di rivoluzione del fumetto, mica caccole.

Negli ’80 è l’incontro con Jodorowski a regalare un altro personaggio molto importante nel fumetto: Incal. Ma è anche il periodo in cui si avvicina alla collaborazione con il cinema da una collaborazione con Jodorowki per realizzare “Dune” (non andata in porto, ma il materiale è stato salvato), a collaborazioni quali per la realizzazione di “Willow” di Ron Howard, “Alien” di Ridley Scott, “Tron” di Steven Lisberger e “Il quinto elemento” di Luc Besson.

Nel 1985 venne insignito dalla Francia dell’Ordine al nazionale al merito per meriti artistici e culturali.

Perché questa lunga premessa, insolita per una recensione? Perché l’autore merita di essere conosciuto e queste sono le notizie più eclatanti reperibili sul web senza troppa fatica. Perché nella mia personalissima missione di conoscenza del fumetto (sempre santa sia la biblioteca civica per aiutarmi), c’è anche la mia voglia di farvi capire, se non siete appassionati di fumetti per pigrizia e snobbismo, che vi state perdendo degli artisti e che il problema è vostro che siete pigri e aridi. Tiè. Che le cose possono non piacere, ma non perché ritenute a priori di poco conto, ma perché non c’è feeling e va bene. Moebius è un gigante e non solo perché il suo nome si cita come “Guerra e Pace” senza aver letto nè l’uno nè l’altro, ma perché quando apri un suo fumetto lo noti e lo senti.

Aprire e leggere “Il garage ermetico” è un’esperienza. Quando affronti Joyce e il flusso di coscienza molli i suoi libri perché non ce la puoi fare, ma quando apri questo fumetto puoi solo scegliere di affrontarlo o abbandonarlo. E se scegli la seconda opzione, beh perdi (e forse perdi anche se molli Joyce. Ok lo affronteremo).

Il fumetto è una sequenza di due o tre pagine fra loro conseguenti, ma nel totale legate non come se fosse un’unica storia logica. E’ difficile da spiegare, ma alla fine rileggendo uno degli scopi di “Métal Hurlant” capisci cosa si intende. Questo è un racconto di fantascienza: onirico, dissacrante, melanconico, coi buoni e i cattivi, le razze, gli intrallazzatori, le giovani fanciulle più o meno pudiche e tanta strana tecnologia che permette ogni cosa. Si seguono alcuni filoni che puntano a convergere: c’è l’arciere mascherato (che porta la maschera per essere riconosciuto. Geniale analisi sul mascherarsi), c’è Cornelius o il maggiore Grubert ricercato e rinomato personaggi che molti vorrebbero fermare in qualche modo. E poi personaggi, astronavi, androidi e viaggi nel tempo e nello spazio.

Un ottimo articolo su Moebius e “Il garage ermetico” lo potete trovare su http://www.fantascienza.com che ringrazio per avermi illuminato su alcuni dettagli. Ecco il link diretto.

Voto: 7. Il voto è alto per vari motivi.

Prima di tutto il disegno, la matita, la capacità di soffermarsi sui dettagli e sull’uso del bianco e nero creando veri e propri ritratti e nella vignetta dopo stilizzare la figura umana per renderla essenziale e illusoria come solo i fumetti devono essere.

Il secondo per aver creato un mondo fantascientifico con la complicata capacità di lasciar intravedere dietro le porte, dietro le astronavi, dietro ai raggi e alle stanze n°6 di alberghi spuntati nel nulla.

Terzo perchè per me si è divertito un sacco a prendere in giro tutti, creando una storia illogica e non lineare, ma riuscendo nello stesso tempo a sorprendere con frasi, concetti e capacità artistica. Prendere in giro, e secondo me lo fa ancora, un mondo che vorrebbe capire tutto, senza mai mettersi in gioco o in discussione.

Il voto alto perché due di tre elementi fondamentali per capire un fumetto, ovvero matite e sceneggiature, sono di livello eccelso e difficilmente raggiungibile; il terzo elemento, ovvero la trama, lascia lo spazio all’immaginazione e alla provocazione, alla fascinazione e alla presa in giro.

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Una mia piccola selezione di vignette per farvi capire il valore artistico, la capacità di raccontare attraverso le immagini, la caratterizzazione dei personaggi anche con pochi tratti e la maestria nel ritratto (a proposito Cornelius in lato a sinistra non vi ricorda un qualche attore molto famoso in questi anni? 😉 )

Consigliato: agli appassionati più o meno alle prime armi della sci-fi; ai sognatori; a chi voglia davvero essere stupito essendo costretto a cedere contro le armi della non logica narrativa.

Scheda tecnica:

Autore: Moebius

traduttore: Marco Farinelli

casa editrice: Edizioni BD

stampato nel gennaio 2010 da Aquattro, Chivasso (TO)

font design: Paolo “Ottokin”Campana

grafica, lettering e impaginazione: Luca Bertelé

 

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Buon compleanno Isaac Asimov!

http://it.wikipedia.org/wiki/Isaac_Asimov

Quest’ uomo, con quella faccia lì, con quello sguardo lì è il padre della fantascienza e della robotica. Punto. Basta, andiamo a casa a leggere i suoi libri.

Quest’uomo è un po’ un mistero per me, mi avvicino a lui con titubanza, perché colui che ha scritto le tre leggi fondamentali della robotica su cui si basano non solo milioni di film, fumetti e serie televisive (star trek tanto per dirne una), ma anche gli studi che in questo nostro povero mondo si stanno facendo per creare gli androidi, beh quest’uomo va trattato con reverenza.

Uno dei suoi libri che ho letto è stato “Dodici casi per i Vedovi Neri” una serie di racconti gialli con stampo investigativo. Diciamo che non mi sono piaciuti i racconti perché troppo freddi e logici, per niente empatici: gli investigatori prendevano tutto come una analisi scientifica, da analizzare con un microscopio. Si vede che non era il suo genere…

Ma quella è stata una digressione, perché precedentemente avevo letto “Io, Robot” trovandolo meraviglioso. Mi aveva colpito come nei racconti il rapporto uomo- androide fosse continuamente messo in gioco, sconvolto, provocatore di dubbi e mai di vere certezze. L’uomo che necessita della sua creazione, che si alterna a giocare il ruolo di dio creatore a pedina degli eventi, che si deve confrontare con tutti i dubbi che quella “nascita” crea; e dall’altra parte i freddi androidi che subiscono il sentimento di essere stati creati, di avere dei doveri nei confronti degli uomini (la legge della robotica), ma nello stesso tempo di essere fuori da certe leggi e morali che guidano e tormentano l’uomo.

Nella recensione a questo libro (scovata nella mia agenda) mi chiedevo perché non si leggesse e non si criticasse Asimov nelle scuole, nei licei. Troppo facile la risposta: egli non è controllabile e incasellato, quindi non si legge. Asimov parla e scrive come lo scienziato che è, senza mai dimenticare l’uomo, con quell’umanesimo tipico degli scienziati che hanno vissuto la metà del 1900 con tutte le sue spinte e i suoi paradossi e le sue parole; parla e scrive come gli scienziati del rinascimento dove l’uomo è centro del mondo, ma anche elemento di un cosmo più grande, dove il piccolo e il grande si compenetrano; parla e scrive di moralità senza moralismo, di leggi senza legislatori politici in mezzo ai piedi; parla e scrive al lettore perché si ponga domande.

Non so se questo suo aspetto sia stato preso in conto da tutti quegli ingegneri che ora si occupano di costruzione di esoscheletri per uso medicale oppure per la costruzione di androidi per aiutare invalidi e non solo per svagare bambini ricchi annoiati. Mi chiedo se si siano mai fermati a capire la fortezza delle leggi della robotica e le implicazioni che ci sono dietro. Mi chiedo se la lezione di questo immenso scrittore sia arrivata ai tecnici o continui ad affascinare e basta, ma rimanendo rinchiuso nella letteratura di genere.

Io rimango a osservarlo con tremore, ma come mi sta capitando da qualche anno esserne attratta per il valore che è nella letteratura della fantascienza. Mollo i gialli e mi incammino per le stelle, sicura che lo incontrerò presto ancora una volta, magari coi miti della fondazione…

Buon Compleanno Isaac Asimov!

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Addio a Richard Matheson

E’ morto oggi un autore che conosco più di fama che di lettura: Richard Matheson.

Richard Matheson

Eppure negli ultimi anni questo autore è entrato nella lista di quelli che devo leggere e conoscere. Alla fine, mi sono detta, se tanti ne parlano bene, ci sarà una ragione. Non sono quella che segue i consigli da “ultimo libro appena uscito”, dalla massa, ma essendo avvicinata da poco alla fantascienza ho deciso di partire con i pilastri e se milioni di lettori di genere annoverano anche lui fra i padri un motivo di sarà.

In realtà leggendo la sua biografia si scopre che non è solo un autore di genere e stop, ma non si è fatto mancare alcuna deviazione nell’horror classico alla paura di genere.

Di lui ho letto “Io sono leggenda” e per quanto non lo abbia trovato un capolavoro me lo sono bevuto tutto in pochi giorni e mi è rimasta quella sensazione di angoscia del protagonista solo a dover affrontare mostri oltremisura umana. Anche “La casa d’inferno” mi ha lasciato perplessa, come un libro mancato, una trama non veramente svolta, uno scritto svogliato. “Io sono leggenda” mi rimase dentro per quanto letto anni fa, “La casa d’inferno” me la dimenticai pur avendolo letto pochi mesi fa.

Oggi mi sono guardata un po’ gli articoli online che ne tratteggiano la biografia e scoprire che fu il padre della sceneggiatura da cui Spielberg trasse “Duel” me lo fa amare e odiare nello stesso tempo, visto che quel film segnò e segna tutt’ora la mia vita in modo drastico e irreversibile.

Ho poco da dire di lui, ma il mio personale omaggio sarà scoprirlo e leggerlo e conoscerlo e magari criticarlo con lealtà.

Lunga vita a Matheson.