“Il nostro comune amico” Libro 3, cap. II-III

[facciamoci del male, ma qui bisogna stringere e andare avanti con la lettura. In più il primo dei due capitoli è davvero corto e il post verrebbe una miseria.]

Seguiamo Riah fino alla casa di Uccellino, come se fossimo dei carbonari intenti a ritrovarsi nella sede nascosta.

I due personaggi, accomunati dalla diversità (religiosa e fisica), come due entità diverse, come due essere fuori dalle righe spiccano in questo libro alternando discorsi ipotetici, sogni da realizzare ad altri molto pratici e a sentimenti seri e duraturi. Il capitolo si apre con una vera discussione su cosa sia la felicità, sui rapporti umani, sul lasciare o meno andare le persone a cui si vuole bene: discorsi impegnativi affrontati con incisività, arrivando al punto (vabbè anche qui Dickens ha semplificato perché non aveva voglia. Diciamocelo!). Il tutto mentre i due camminano per Londra raccontando fatti della loro esistenza e della loro sopravvivenza. Ma cosa andranno a fare a “I sei allegri facchini”? Sono andati a parlare con la signorina Potterson per conto di Lisetta e per consegnarle una lettera.

E mentre la situazione scivola nella pace della sera, irrompe nell’osteria un uomo ad avvisare la padrona che fuori è successo uno scontro sul fiume. La signorina Abbey riprende il polso della situazione e mette tutti sull’attenti. Non so quanto fosse frequente nella realtà, ma dalla descrizione viene da immaginare che fosse quasi una cosa quotidiana che la gente del fiume doveva imparare a gestire per non far soccombere la gente vittima degli incidenti. L’osteria diventa l’infermeria e viene portato dentro il signor Riderhood! Ma veramente?

Dunque…Riderhood sarebbe vittima dell’incidente sul Tamigi appena successo e tutti si affannano sul suo corpo con partecipazione. La rianimazione dell’uomo passa da descrittiva a soggettiva, partendo dalle emozioni del medico che si adopera perché egli torni in vita e l’arrivo della figlia Piacente Riderhood servirebbe a rendere la scena più drammatica, ma diciamocelo fra di noi è fredda come le acque del Tamigi. Mancanza di empatia? Piacente è poco contenta del ritrovamento del padre? Dickens doveva scrivere sta scena perché se no il gas non lo pagava? Eppure il tentativo c’è e continua, ma a me non mi convince. Riderhood riprende vita con somma gioia di tutti, se non ché egli dimostra da subito di essere la persona sgradevole che è e quindi forse era meglio che rimanesse nel fiume (ops! mi è scappato!)

 

Due capitoli che potevano essere compattati in uno che sposta di nuovo l’ambientazione sul lungo Tamigi, senza davvero una spiegazione vera, ma non dubito che lo capiremo più tardi. Con questi capitoli Dicken ci ha pagato la legna per l’inverno vero? Che noia che barba di libro!

Joseph Mallord William Turner “The Battle of Trafalgar”
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