“Fury” di David Ayer

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Titoli di coda al cinema. Credo che sia l’immagine perfetta per far comprendere il film.

Se siete appassionati di cinema di guerra questo film fa per voi, ma solo se avete intenzione di guardarlo non come una rievocazione di un evento, come il documentario di una storia, il racconto cronachistico di un momento. “Fury” è un film di guerra, ma nell’ottica in cui guarda i soldati, in cui ne scruta i volti, le segue il lento scivolare in un altro piano di vita e morale.

Noi siamo sempre bravi a sederci su una seggiolina del cinema, al caldo delle nostre case e pretendere che il film ci emozioni, a comando, come una scimmia ammaestrata. Quando il film non corrisponde alle nostre richieste allora tiriamo le noccioline contro lo schermo. Perché dico questo? Perché le recensioni a questo film sia su www.mymovies.it che i commenti usciti dal cinema sono stati per me fuori luogo. Questo è un film diverso. Non ha gli schizzi di sangue sullo schermo come “Salvate il soldato Ryan”, che alla fine strizza l’occhio agli amanti dello splatter, non è l’eroismo alla John Wayne che l’epica americana ci ha raccontato, non è il verismo all’italiana, non è nemmeno la critica di Altman (ricordate “M.A.S.H.”?) o di Kubrick , eppure è un po’ tutto questo senza esserlo. Quando mi sono seduta, dopo poco, ho capito che chi raccontava la storia sapeva quel che stava dicendo: è una mera questione di linguaggio. Poi dopo scopro che il regista è un ex-marine. Ecco spiegato tutto.

Chi non capisce questo film, doloroso e splendido, chi si ferma sulle inesattezze ricostruttive, chi cerca il pelo nell’uovo della manovra x sbagliata fatta dal carro armato y, non ha capito questo film. Questo film è nel colore, nella fotografia, nello sporco della pelle e dei vestiti, del senso di appicicaticcio fatto di sudore sangue e morte e ferro; questo film è nei movimenti di sguardo di Brad Pitt (Wardaddy), nell’esagerazione dei gesti di Jon Bernthal (Grady Travis) o di Michael Peña (Gordo), nell’attaccamento salvifico alla Bibbia di Shia LaBeouf (Bibbia) e nella discesa e risalita di Logan Lerman (Norman/Macchina). Perché il film racconta attraverso loro, quello che i non soldati professionisti hanno dovuto subire per diventare soldati professionisti e vincere una guerra. Noi ci sediamo sulla nostra poltroncina, pieni della nostra retorica sulla guerra (qualsiasi essa sia, sia pro che contro), nati in una generazione che non ha visto la guerra, non l’ha subita, non ha visto partire i propri cari e non è partita per il fronte e che al massimo sfoggia i racconti del nonno per far il figo in qualche consesso di intellettuali. Sì, mi spiace essere cruda, ma sono molto stanca di sentire commenti di gente che certe cose non le capirà mai. Quando ci sediamo al cinema e vediamo un film ambientato alla fine della seconda guerra mondiale, non ci pensiamo mai che quei soldati non sono professionisti, non hanno scelto di fare la guerra perché “è il mestiere più bello del mondo”, ma magari erano a fare altro e sono stati mandati al fronte per difendere la patria o perchè era il dovere. Guardare Norman e non capire la disperazione di un ragazzino che aveva studiato per fare il dattilografo e che doveva andare non al fronte, ma seduto a fianco di qualche altro “impiegato” in terreno di guerra, vuol dire non capire il dramma e quindi non capire questo film. Wardaddy che lo obbliga a uccidere un tedesco non è lo stronzo capo che gode della morte, ma è il capitano che sa che ora non si può tornare indietro e che la morte prima la affronti e meglio riuscirai a sopportarla; che lo manda a letto con la ragazzina tedesca in modo che loro due giovani (“Sono vivi” dice e sembra una condanna a morte per tutti gli altri) non è il pappone, ma colui che cerca di preservare la vita a due che non sono pronti allo schifo attorno. Bibbia che si attacca a Dio in modo totale e quasi fanatico è l’uomo che pur uccidendo deve trovare il senso etico a quello che fa, perché se si ferma a pensare non troverebbe altra risposta se non la morte. Si potrebbero fare tanti esempi, ma alla fine o si riesce a vedere il film con questa ottica o non lo si vede e in base a questo si riesce a giudicare.

Menzione particolare per Brad Pitt. Attore che non ho mai amato più di tanto, nemmeno per la bellezza quando era giovane (troppo perfettino), ma che col passare del tempo ha dimostrato attitudini di vero attore. Forse non sarà il più grande drammaturgo o forse il lato comico non è il suo, non so che dire, ma alla fine quando si sporca, quando si “sveste” da se stesso, quando lo guidano perché usi il minimo indispensabile senza mai esagerare, allora comunica davvero. Wardaddy è un gran personaggio, molto fisico, minimalista che ha quel non so che dei personaggi alla John Wayne, ma è altro: costruito come l’uomo tutto d’un pezzo, il suo nome è il punto focale del suo ruolo perché alla fine ogni gruppo ha bisogno di un padre o di un leader, se no muore a seguire il folle capo. Mi è davvero piaciuto, sia il personaggio che come l’attore l’ha reso.

Scheda tecnica veloce:

Regia 8; sceneggiatura 8/9; scenografia 7; fotografia 7 e mezzo; costumi 7; effetti speciali 7; musica 7; cast 8. Voto finale 8. Sono uscita dal cinema completamente travolta e non è cosa che mi capiti (anzi quasi mai capita) e so che film del genere capitano raramente. Guardatelo per gli uomini di guerra e non per la guerra e cercate di mettervi nelle loro scarpe e forse capirete meglio questo film.

Postilla: il film si inserisce nella rassegna cinematografica dedicata ai film della seconda guerra mondiale del Cinema Astra di Parma. A questo link per chi volesse saperne di più.

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“Dead snow” di Tommy Wirkola

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Recensione di Mymovies

Scordatevi la solita recensione tecnica, questo film va assaporato e gustato in un sol modo: di pancia. Perché questo film è…come ve lo posso dire…una chicca di horror serie Z che non potete perdervi.

Non ci sono scelte di alto cinema di genere, non vuole passare come un pilastro dello stesso e non ha vanterie da fare. O almeno lo crediamo noi amici che l’altra sera ce lo siamo guardati tramite Netflix (odio! Lo voglio anche io, ma devo resistere…non so se ce la farò lo ammetto).

La trama è molto semplice: un gruppo di giovani sprovveduti norvegesi (quattro maschi e tre femmine) se ne vanno in una baita in montagna a fare una bella gitarella. Il posto è sperduto fra qualche montagna, senza un cavolo di indicazione, senza campo per il cellulare, radio per le comunicazioni e la macchina va lasciata a x chilometri di distanza. Tutti i migliori (o peggiori, dipende dai punti di vista) stereotipi del classico film horror ci sono, compresa la coppietta che sta insieme da un po’ e in realtà ha problemi, la bella di turno, lo sfigato e il belloccio tormentato. Ah, dimenticavo, c’è anche il tizio che appare dal nulla di notte (e non è il guardia caccia, o il controllore del bosco o un forestale a caso in pensione o in vacanza; e non è nemmeno un cacciatore di qualcosa) che nel giro di cinque minuti svela tutto e ci dice chi è il cattivo e perché. Quindi basta solo aspettare e seguire l’ordine preordinato delle vittime e vedere quanto gli zombie nazi cannibali sono diametralmente diversi dai loro antenati di Romero.

Perché guardare questo film? Perché è semplicemente geniale! Insomma, ti scappa da ridere per la palese presa per i fondelli di tutti gli stilemi classici del genere (e non solo di quello, basta guardare cose succede quanto trovano uno scrigno pieno di gioielli e oro), ti regala chicche a caso (le quali ti segneranno per sempre e non sarai più lo stesso) e soprattutto perché crea gli zombie più cattivi, fichi, curatissimi, intelligenti e non mangia cervelli che io abbia mai visto. E’ come giocare a “Sine Requie” e scegliere l’ambientazione Quarto Reich o una cosa del genere (potresti anche essere nel Sancto Imperio o nella TecnoRussia, nelle zone di confine). Insomma è quel genere di film dove staccare il cervello è un dovere e guardarlo in compagnia un vero piacere.

Ovviamente se cercate zombie sbriluccicosi e innamorati questo film non fa per voi; né se cercate di essere spaventati sul serio; né se siete dei seri cultori del mostro non morto e non troppo sveglio. Questa è roba in cui litri e litri di sangue finto verranno immolati per la causa e situazioni oltre al limite della normalità ci regaleranno scene memorabili ed intestini elastici e resistenti.

Visto ciò e visto il fatto che altri spettatori non ne hanno compreso la portata, abbiamo deciso in modo inderogabile di votarlo e dargli ben 4 stelle. Voi dite che non si fa? Questo film va visto! Ecchecavolo!

Voto: 8 sulla scala degli Z  Movie Horror (scala raramente usata per la valutazione di un film, ma in questo caso l’unica corretta da usare).

“Giustizia non vendetta” di Simon Wiesenthal

Ho pensato a lungo se scrivere o meno questa recensione e dove scriverla (se in questo blog di recensioni o nell’altro di ricostruzione storica), perché il “perché” mi è sempre stato chiaro sin dal momento in cui ho preso in prestito il libro in biblioteca.

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Il libro è tosto, come tutti i libri di storia che raccontano esperienze, biografie, ma in più è tosto perché il punto di vista del narratore non è quello distaccato di uno studioso, né del politico che vuole convincere qualcuno dalla sua parte: questo è il racconto di un uomo qualsiasi che si è trovato di fronte all’Orrore più grande che potesse immaginare, dal quale ne è uscito in modo inspiegabile (S.W. racconta più volte il suo stupore quando la morte lo ha sfiorato e comunque lasciato andare) e che ha trasformato la sua vita non solo perché non si ripetesse più, ma perché il mondo degli uomini avesse finalmente il suo ordine costituito. Il titolo non è di certo messo a caso, perché per quanto tutto sembri una “banale” susseguirsi di dossier, per quanto si cerchi il “pettegolezzo storico” che ci metta tutti in pace, per quanto uno possa cercare le pieghe del significato di “cacciatori di nazisti”, questo libro si basa tutto sulla giustizia e sul suo concetto.

Quando si pensa agli episodi dei campi di concentramento e di sterminio messi in atto dai nazisti viene naturale pensare (se siete persone normali che aborrite quello che è successo) che “devono essere sterminati tutti alla stessa maniera e bla bla bla”: la rabbia prende il sopravvento su tutto, sulla logica, sui millenni di società civile, sul diritto, sulla Legge/legge. E’ un istinto naturale, un modo per mettere dei paletti fra noi e loro, un senso di non appartenenza alla stessa razza umana. Ma non è così. Che ci piaccia o meno carnefici e vittime sono tutte appartenenti allo stesso piano umano, ma non allo stesso piano morale. Per ristabilire il senso di quello che è successo, per ridare dignità alle vittime e ai loro parenti, per ridare valore alla società che si è costituita dopo la seconda guerra mondiale, era doveroso avere una serie di processi che rimettessero in ordine le cose. Il processo di Norimberga è stato uno dei pezzi di questo intricato puzzle che ci ha permesso di uscire dalle ceneri del post fascismo e nazismo, ma non è stato l’unico, visto che molti nazisti sfuggirono alle maglie degli alleati.

Simon Wiesenthal con un muro evocativo del suo vero lavoro: cercare prove e testimonianze.

Simon Wiesenthal mette in atto una vera organizzazione, vaglia ogni dossier, controlla meticolosamente ogni singola foto parola sensazione; non gli bastano i “secondo me”, lui vuole le prove, perché con le prove non si scappa, con le prove si può inchiodare chi uccise, con crudeltà e disprezzo della Vita, non un singolo nemico in campo di battaglia, ma migliaia di uomini e donne rei di essere “diversi”. Questa sua meticolosa ricerca delle prove inconfutabili è prova di serietà e di precisione, le stesse doti con cui ha smontato false accuse per fini politici. E questa ricerca della giustizia (perché da lì non ci si schioda mai, nemmeno un momento) lo porta ad analizzare il fenomeno dell’antisemitismo: come sopravvive, malgrado tutti i tentativi di estirparlo, anche dopo il nazismo. Vede con paura come niente in realtà sia mutato e come anche dopo la guerra, in quei giovani che non l’hanno vissuta ci siano gli stessi sintomi dell’antisemitismo, come se fosse un cancro che non si può estirpare. Qualcuno potrebbe accusare l’autore di “essere di parte”, ma nemmeno questo è possibile: l’autore è fin troppo lucido quando tratta i rapporti con le altre popolazioni o etnie, con le altre vittime del nazismo e coi vari paesi coinvolti. Ovvio che S.W parla di ebrei! Ovvio che quello sia il suo punto di riferimento! Negarlo sarebbe assurdo.

Leggere questo libro non è stato un mero esercizio di studio storico, non è stato per me un modo per capire ancora meglio i fenomeni allucinanti dell’antisemitismo nella Storia, non è stato un “leggere un libro”; è stato un confrontarmi con il mio senso della giustizia, sul fatto di dover cedere a ogni rabbia e capire perché la vendetta non è mai la scelta preferibile (perché in un certo senso ci si abbassa al livello del carnefice), perché alla fine è fondamentale ricordarsi sempre che le persone pagano per i reati che hanno davvero commesso, quelli che personalmente hanno commesso e non perché appartengono a una etnia, religione, paese, ceto sociale. Questo libro ci ricorda che il diritto è il fondamento della società umana, anche nei momenti più bui, ma a volte viene manipolato per compiere gli orrori più grandi.

Sta a noi vigilare, come ai testimoni di raccontare (e S.W lo dice espressamente) come fonti umane, come sentinelle, con inesauribile forza di non lasciare mai arrivare l’oscurità vera nel mondo. S.W ha un senso laico della testimonianza, con quella visione sociale e storica che nasce da un certo ebraismo, ma che non ha nessuna visione mistica, profetica o mandata da Dio: egli è un uomo, un ebreo, che ha visto e subito sulla propria pelle il male e come uomo prima di tutto ed ebreo in seconda battuta (ma non scontata) sta a lui, e a quelli come lui, non abbassare mai la guardia.

Il libro per me è come un mandato che l’autore fa a ognuno di noi lettori: non dimenticate, ma non abbassate mai la guardia; siate chiari, lucidi, comprensivi, non fate mai di tutta l’erba un fascio, non confondete cose e persone e situazioni. Ed è per questo che secondo me andrebbe letto, ragionato e studiato nelle scuole, coi ragazzi delle superiori, per stimolarli a comprendere e a non ripetere.

Voto: eccellente. Non si può dare un voto numerico per libri del genere, perché sono quelli che ti segnano l’anima per davvero.

Scheda tecnica

Titolo originale: “Justice n’est pas vengeance”

traduzione dal tedesco di Carlo Mainoldi

anno di pubblicazione 1989

Arnoldo Mondadori Editore

finito di stampare nel marzo del 1990, presso Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Stabilimento Nuova Stampa di Mondadori Cles (TN)

sovracoperta di Studio Baroni

461 pagine