“Nostalgia del sangue” di Dario Correnti

20180308_091529_wm[1]
Link al sito della Giunti

Questo è uno di quei libri che stanno girando sui social, molto osannati dai book blogger e quindi sta avendo un gran successo; anche io sulla loro scia, o meglio convinta dalle recensioni entusiastiche e dalla disponibilità in biblioteca, mi sono messa a leggerlo. E a me non ha convinto. Ecco, detto subito alle prime righe come mio solito. Vi prego continuate a leggere la recensione.

La trama è abbastanza lineare. Nella bassa lombarda o meglio bergamasca si aggira probabilmente un serial killer che si rifà alle imprese di sangue di Vincenzo Verzeni, primo serial killer italiano che proprio in quelle zone aveva agito fra la fine dell’ottocento e gli inizi del novecento. Un imitatore? Un redivivo omicida? Un erede? Nessuno lo sa, anche perché all’inizio nessun giornalista ne aveva colto il collegamento, se non una giovane e sfigata stagista giornalista che invece la cosa l’aveva vista. Informata la prima penna di questo famosissimo giornale milanese, dove anche lei lavora, i due, Marco Besana e Ilaria Patti, partono alla caccia. Fra vecchie scartoffie, mitomani e sfasati vari, riescono a tirare le fila dell’intricata matassa e arrivare al colpevole.

Bon, fine. Fatta.

In realtà il problema è come ci arrivano. Prima di tutto con troppe pagine e capitoli troppo corti. A volte narrativamente ci sta cambiare spesso inquadratura e situazioni, a volte da proprio il senso dell’azione e della fretta, ma qui non è proprio così. Il libro è lento, per quanto succedano un sacco di cose (forse anche un po’ troppe), si incastrano personaggi e vicende personali che alla fine, stranamente, non distolgono troppo dagli eventi ma sono mal disposte. Partiamo con i due più grossi difetti che io ho trovato:

  1. la marea di “gossip” giornalistico o di spiegazione di come è il mondo della carta stampata;
  2. la vicenda di Ilaria.

Nel primo caso tutta questa marea di informazioni su come si vive in quell’ambiente, degli sgambetti, di chi si fa chi e perché (ovviamente con nomi inventati o anonimi), con il “grande giornale milanese” senza nome dove si svolge la vicenda, su tv e carta stampata, le prime donne e le stagiste e le penne di grido, sono tutte distrazioni inutili. Un po’ fa colore e scenografia, ma spesso rallenta e spezza il ritmo e annoia terribilmente. Capisco che serva a inquadrare una parte della trama e dei personaggi secondari, ma anche no! Stringere, tagliare e sintetizzare.

Il secondo punto invece è la lampante dimostrazione di come un editor stronzo avesse dovuto agire. Che la nostra giovane giornalista in erba abbia un segreto oscuro alle spalle si capisce subito. Se fosse una persona viva glielo leggeresti in faccia. Mentre scrivo mi è venuto in mente il personaggio di Chloe Saint Laurent di “Profiling“, serie tv francese trasmessa qualche tempo fa da FoxCrime: strana, eccentrica, dotata come psicologa, ma che, attraverso i gesti, lascia trasparire un dramma famigliare abbastanza pesante. Nel nostro libro il dramma è un uxoricidio bello e buono a cui la piccola Ilaria ha vaghi ricordi e pessimi effetti collaterali. Non posso dire che l’idea si copiata o già sentita, ma la resa è lagnosa: il personaggio tira per le lunghe il suo malloppone di dramma (che, oh, ci sta che lo sia e che sia difficilmente digeribile, ma…lagnaaaaaa), si ammanta di aurea di vittima e lì rimane, ma con l’istinto del riscatto. Insomma è un personaggio altalenante e ondivago che a me ha fatto venire la stanchezza: o molli o rischi e se rischi affronti, perché tanto la cosa è successa e non si torna indietro e lagnarsi non fa risorgere le persone morte. Mi direte che probabilmente è un primo romanzo di una serie e forse vedremo evolvere il personaggio in un qualcosa di più definitivo…può essere, ma se devo basarmi su questo testo io credo che la stessa vicende, le stesse paure, le stesse lagne potessero essere descritte in modo meno noioso. Ha allungato troppo il brodo, come me ora per spiegarvi la noia.

E poi arriva lui alla fine: lo spiegone.

SPOILER. LEGGETE A VOSTRO RISCHIO E PERICOLO. FORSE.

Infine i nostri due eroi dipanano la vicenda e capiscano chi sia l’omicida, mentre a noi rimangono alcuni dubbi sul perché ma lo sappiamo benissimo che qualcuno ci metterà sotto il naso tutto, Ilaria decide di darsi alla pazzia, saltare il fosso e andarlo a prendere. Ecco, queste son le cose che un po’ ti fan cadere le braccia: ma porcalamiserialadra, proprio ora dovevi darti una regolata e rischiare? Razza di scriteriata, non sai manco vestirti e vuoi affrontarlo? Vi prego, Darwin pensaci tu. E invece no, non interviene Charles, ma lo spiegone.

Che cosa è lo spiegone? Dicesi spiegone quel momento in cui il cattivo in una posizione di forza sul nostro eroe, invece di ucciderlo e guardare in camera e lo spettatore e rider loro in faccia, perde tempo e spiega tutto logicamente sul suo operato. Lo spiegone permette al nostro eroe di trovare la limetta che gli permetterà di salvarsi, le forze dell’ordine arrivare, il supereroe risorgere, la marina sbucare dal tubo del water e i demoni dell’inferno andare in massa a rinnovare il ticket del parcheggio. E tu spettatore, a cui forse mancavano alcuni dettagli ma avevi capito tanto, tu ti guardi attorno e dici due semplice parole: “Ma veramente?”. Non è tanto legato al fatto che “ma veramente è successo così”, quanto piuttosto al “ma veramente sta perdendo tempo e si sta sfuggendo la vittima?”. Per me quel momento è demoralizzante e secondo me è il bollino di non qualità di un giallo. I gialli, i thriller, i noir sono complicati; se fossero facili li scriverebbero i bambini. Sono complicati perché devi svelare il perché e farlo in modo convincente; se usi il mezzo dello spiegone vuol dire che non sai più come risolvere la faccenda, che hai fatto un passo di troppo, che hai voluto strafare e non sai più come risolvere senza uccidere qualcuno a cui tenevi in qualche modo. Quindi a questo punto qualcuno non è intervenuto e secondo me un buon editor stronzo, visto comunque il materiale buono e ben scritto doveva rimandare indietro quel pezzo con un bel “lo spiegone no! Non lo avevamo considerato!”.

Voto: 6. Detto questo, non posso che dare piena sufficienza, perché è ben scritto, scorrevole (l’ho letto in due giorni che per me è un buon segno di capacità affabulatoria), ma i difetti li ho percepiti come inciampi veri. Ci sono elementi extra indagine, tipici dei gialli moderni, come la vita privata di Besana che fanno colore senza prendere il sopravvento e lui e Ilaria sono una bella coppia lavorativa, sperando che non diventino una coppia amorosa.

Mi è piaciuta anche l’ambientazione, ricordando agli appassionati di gialli italiani che la bassa lombarda è terra di omicidi, nebbia, polenta, buon vino e gente stramba. E a noi ci piace così.

Ultimo dettaglio curioso: si vede che l’autore si è documentato sulla cronaca nera e cita molti casi italiani e non solo che arrichiscono la narrazione, rendendola un po’ più credibile di un qualsiasi giallo, ma e dico ma sono buttati lì un po’ come se si facesse vedere che ha studiato.

Questa è un’opera prima di una coppia di autori che deve ancora amalgamarsi bene dietro lo pseudonimo di Dario Correnti? Mah. Forse. Può essere.

Consigliato: a chi ama i gialli italici, senza troppe cose assurde, con belle indagini logiche e su più piani, ma che non ha troppe pretese di essere stupito.

Scheda tecnica

anno di pubblicazione: 2018

Editore: Giunti

stampato gennaio 2018 presso Elcograf S.p.A., stabilimento di Cles

pagine 535

prezzo € 19,00

copertina: foto elaborata ©Alina Zhidovinova/ Trevillion Images

progetto grafico: Rocio Isabel Gonzales

Annunci

“Bloodman” di Robert Pobi

.

Ne avevo sentito parlare bene, la trama mi incuriosiva e alla fine l’ho preso in biblioteca. Beh…il mio istinto ha perso.

Non è un libro pacco, di quelli che ti chiedi “perché l’ho preso?” oppure quelli che ti fanno capire che stai palesemente perdendo tempo, ma è un libro in cui l’autore a mio parere ti sta prendendo in giro.

Si sa fin dall’inizio che la parte splatter avrà il suo sopravvento, quando si viene a sapere che il serial killer ha una gran voglia di scuoiare vive le sue vittime. Okkei, non è un male, ma ci si aspetta una soluzione, una pacificazione (se non per i protagonisti, almeno per il lettore), e soprattutto una spiegazione logica e motivata. Leggendo si capisce che il nostro protagonista borderline non è uno che passa per caso e che il serial killer ce l’ha proprio con lui o con la sua famiglia e che lui deve dare spiegazione alla morte della madre, scuoiata viva anche lei. Va bene, allora si legge, ci si appassiona, ma a un certo punto, anche presto, fa comparsa Dylan, che potrebbe essere un aiuto o un antagonista, ma è “solo” un uragano forza 5, in più elettrico. Giochiamo pure l’asso di bastoni!

Abbiamo il padre Jacob famoso pittore che è pazzo, ma forse no, ma forse nasconde un segreto, ma forse è solo uno stronzo; Jake il figlio, diventato, dopo aver visto l’inferno, un profiling dell’FBI (mentre tutti devono passare fior fiore di test psicologici, lui che ha i “poteri”, ha il tatuaggio del 12 canto dell’inferno su tutto il corpo, che è un ex alcolista ed ex drogato conclamato, no. Lui è agente tranquillo. Vabbè…A me scarterebbero solo per aver saputo che gioco di ruolo da tavolo…); abbiamo il fantasma della madre Mia che aleggia; abbiamo il passato. E poi? E poi niente! L’autore spiega tutto con sì un episodio del passato di Jacob e Mia, buttato lì, come se niente fosse. Si scopre chi è l’assassino e non si sa perché! O meglio io ho una vaga idea: all’autore è piaciuto raccontare splatter per il puro splatter, perversioni e il male solo per guardare il suo lettore e ghignargli addosso. Se no non si spiegherebbe perché nella piccola biografia dello stesso ci si venga a dire che scrive sulla scrivania appartenuta a Calvi. Un bel chissene, no?

La trama è sprecata, buttata, non spiegata, mentre tutta la costruzione attorno è ben fatta, anche se la scrittura a volte si perde è comunque lineare e chiara.

Non mi schifa lo splatter o la perversione, non faccio la moralista, ma qui è proprio un puro esercizio di stile per far vedere “quanto sono cattivo e bravo”. Inutile spreco di talento.

Il voto è più alto della critica, perché alla fine letto in pochi giorni mi ha tenuto legata al libro e questo è un bene (forse è proprio questo che mi ha fatto incavolare).

Voto: 4

Aggiunta!

Questo libro è stato preso anche dal mio misterioso cerchiatore di numeri 14!

.
.

“The bridge” la serie

Ieri sera mi toccava stirare una montagna di roba e siccome è la cosa più noiosa e faticosa che si possa fare cosa c’è di meglio che guardare la tv nel frattempo. Posizionato asse e ferro da stiro, luce e i panni mi sono guardata i primi due episodi di una serie nuova: “The Bridge”. Erano la replica in realtà, ma io al giovedì ho mostri e tesori da trovare…

Tutto inizia con un cadavere ritrovato su un ponte a metà strada fra il Messico e gli Usa. Primi attriti per la competenza, vittoria della biondina americana sul moro messicano e poi si scopre che dietro c’è molto di più e i due investigatori dovranno collaborare.

Demian Bichir e Diane Kruger, i due attori che interpretano gli investigatori

L’inizio non è male e il cast è di una certa levatura, anzi il tutto è girato e strutturato come se fosse un film. Questa è la differenza di professionalità fra gli americani e gli italiani: noi ci avremmo messo gli ultimi due tronisti e poi avremmo tutto spolverato di “non detto” e “è colpa degli altri”. Mi spiace dirlo ma se nella letteratura gialla (in tutti i suoi aspetti) gli italiani sono sottovalutati per snobbismo, nella resa cinematografica siamo davvero dei dilettanti e i prodotti buoni si contano sulla punta di una mano (cito solo “Montalbano” per far capire l’ultimo prodotto italiano valido).

La presenza di pochi e dosati personaggi di volta in volta presentati come se tutto fosse già conosciuto, permette di comprendere meglio lo svolgimento della vicenda senza perdersi subito, anche se gli elementi in queste due prime puntate sono già tanti e da incastrare: tre vicende da seguire. La prima segue i due investigatori, la seconda la vedova di un proprietario terriero che ha qualche scheletro nell’armadio e in fine la terza segue uno sbalestrato o serial killer della vicenda (lo devo ancora capire bene, perché ci sarebbero tutti gli elementi, ma mi sa che la cosa è più complessa di quanto abbiano fatto vedere ieri sera).

Qui l’elenco del cast: http://www.tvblog.it/categoria/the-bridge

Essendo un rifacimento di un serial danese mi piacerebbe vedere anche l’originale anche per capirne le differenze e la resa. Qui la frontiera sud fra i due stati americani lascia aperte infinite possibilità, basandosi anche su una cronaca nera e politica infinita in questi ultimi casi, mentre al nord altri devono essere stati gli elementi predominanti.

Di tutta la puntata quello che mi ha un po’ annoiato è purtroppo il personaggio interpretato da Diane Kruger: una donna forte, razione, logica, distaccata dalle normali consuetudini sociali pur non essendo né una originale né una anarchica. Ricorda troppo il personaggio di Temperance Brennan in “Bones” della prima serie, senza il suo aspetto comico (anche perché la serie ha un sottofondo diverso e anche un pubblico diverso). Certo deve fare il pari con l’umano e fallibile investigatore messicano, ma sinceramente quel tipo di donna ultra forte, mascolina e femmina nello stesso tempo, razionale fino alla logica quantistica applicata alla spesa, mi ha sinceramente stufato. Sarà anche uno stereotipo, ma non è possibile trovare una donna forte, ma umana, senza essere smielata, femminile senza dover andare per forza sui tacchi a spillo? Mah…già vista, ma vediamo come andrà a finire.

http://it.wikipedia.org/wiki/The_Bridge_(serie_televisiva_2013)