“La cosa oscura” di Peter Straub

Secondo libro che leggo di lui e devo dire che questa volta non è colpa di qualcuno, ma solo l’istinto nel girovagare per le scaffalature della biblioteca. Perché dire “colpa”? Perché le aspettative erano alte per questo libro, sia per la trame e per il fatto che “Ghost Story” mi aveva convinto che forse ci potesse essere un altro autore di horror alla maniera che piace a me: classico, bene e male separati, mostri o demoni da una parte e mortali dall’altra, ansia, senso del pericolo, catarsi. Insomma tutto quello che fa un classico dell’horror vecchio stile pre “Twilight”.

Però, però, però…

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Non che questa parte del romanzo non sia stata rispettata, anzi, la mantiene tutta rendendo l’atmosfera adatta a pensare che qualcosa possa accadere anche al lettore. Ma poi si ferma lì. Il romanzo è costruito solo su una scarna struttura letteraria, non rimpolpando nulla e quindi perde alla fine la sua funzione di coinvolgimento del lettore. Leggendo le critiche su anobii ho notato che molti si lamentavano delle stile di scrittura ma pochi per la pochezza della vicenda, con enormi buchi non tanto di logica ma di credibilità. Lo stile narrativo, in effetti, è il male minore: l’ottica di uno dei protagonisti non è mai un errore in principio, ma diventa stucchevole quando le persone che gli gravitano attorno sono così superiori alla media da risultare poco credibili, quasi caricaturali. E se il patto scrittore-lettore sull’incredibilità della vicenda deve essere il pilastro di questo genere di vicende, l’esagerazione è il troppo che stroppia.

Il romanzo narra la vicenda di un gruppo di persone, ex compagni e amici di liceo, i quali dopo tantissimo tempo si devono confrontare con un fenomeno paranormale successo al liceo appunto e che ha visto la morte di uno di loro. Perché devono ripercorrere quei momenti? In realtà non c’è un vero motivo, le loro vite sono state toccate dalla cosa ma non più di tanto (tranne uno, ma alla fine se la passa bene lo stesso), hanno metabolizzato la cosa, e allora? Allora uno di loro, uno che poi non aveva nemmeno partecipato ma è marito della “bella intrigante di turno”, è uno scrittore di successo e decide di indagare. Perché? Ma probabilmente perché ha finito le foglie del tè, visto che non solo la faccenda gli è estranea per allora sua volontà, la moglie coinvolta non gli fa mancare nulla, non hanno spiriti che li tormentino, quindi non c’è motivazione. Forse noia quindi. A uno a uno, tranne il “sacerdote/santone”, devono raccontare la faccenda, quello che hanno visto e hanno subito quella notte, senza emozioni, senza problemi, come se raccontassero la trama di un libro. Ma veramente?

Se in “Ghost Story” il finale aveva fatto cadere tutta l’atmosfera della vicenda scegliendo di abbassare i toni e rendere il tutto in modo scontato, qui si da troppo per scontato un sacco di cose e ancora una volta i personaggi sono specie di “superuomini” senza emozioni o comunque senza segni delle conseguenze delle azioni subite. Mi viene da pensare che questo suo modo di vedere i protagonisti sia un po’ un suo marchio di fabbrica e devo ammettere non mi piace molto. Non si possono paragonare gli autori, ma lo stesso King ha fiducia in questo scrittore (visto le recensioni. Sì, lo so, la vil pecunia potrebbe far qualsiasi cosa, ma visto che i due hanno anche collaborato se non sbaglio, voglio pensare che siano commenti sinceri) e King quando si da all’horror puro, per quanto i protagonisti siano superiori all’umano medio, hanno una paura enorme e scatta l’immedesimazione. Con Straub niente immedesimazione, molto distacco, difficoltà di capire le motivazioni. Perché allora tanti premi? o.O

A questo punto mi sfugge qualcosa…

Mi sfugge il senso dei premi oppure mi sfugge il livello dei partecipanti?

Mi sfugge il mio senso di lettrice che pretende sempre qualcosa di troppo dal libro che legge?

Mi sfugge la mia “cultura” da vecchio horror senza splatter e senza storie d’amore, ma solo l’immane paura di spegnere la luce una volta chiuso il libro?

Straub con questo libro si conferma un ottimo scrittore di trame e idee moderne di genere, ma un mediocre risolutore delle stesse. Quindi come fare? Come valutarlo? Forse servirà un terzo libro per confermarmi questa opinione molto da maestra (“è bravo, ma non si impegna”) di fronte alla pigrizia di un alunno che rende bene, per far meglio basterebbe applicarsi? Oppure devo rimanere con l’amaro in bocca e lasciare perdere anche questo autore?

Voto 5 e mezzo “E’ bravo ma non si impegna”.

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“Ghost story” di Peter Straub

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Scrivere un libro di paura o gotico o horror potrebbe essere una cosa facile, ma in realtà non è così e soprattutto se sbagli il finale è la rovina di tutta la vicenda.

Il consiglio di leggere questo libro è venuto come tante altre volte da La libreria pericolante e dalla sua condivisione via fb di un elenco dei libri dell’horror da leggere. Da lì a vedere nel sistema opac il passo è breve. Come ritirarlo dalla biblioteca. Purtroppo sono un po’ distratta da un po’ di pensieri in questo mese e devo dire che non ho cancellato il mondo per questo libro, anche se ne valeva la pena.

La trama è semplice: una cittadina della provincia americana, una società di amici che si ritrova a raccontarsi le peggio storie, uno spettro vendicativo. Oserei dire che è quasi un topos, ma alla fine tutti i libri di genere girano attorno alle stesse quattro cose.

La lettura è scorrevole, piacevole e per quanto possa sembrare a volte un po’ lenta, mi trovo a pensare che ogni parola, ogni rapporto, ogni situazione è assolutamente utile e congeniale al fatto che tutto scorra come deve scorrere. Anche la scelta dell’inizio (spiazzante davvero! Ho dovuto controllare su tutti i siti possibili e immaginabili per capire perché l’inizio diceva una cosa e la trama un’altra! Non lasciatevi spaventare: va bene così) è assolutamente nuova e particolare, ma purtroppo non sfruttata come mi immaginavo. Perché il vero punto debole è il finale, oltre al fatto che mi ricorda molto “Le notti di Salem” di King. Precisiamo meglio questa mia ultima affermazione.

Ho dovuto controllare le date di pubblicazione dei due libri perché in effetti sono molto simili: la provincia americana, un essere paranormale e senza scrupoli che decide di fare di testa sua, i mortali che cercano di opporsi, la paura, la sconfitta e/o la vittoria. E’ vero, come ho detto sopra che i punti cardine son sempre quelli, ma qui erano davvero troppi. Quasi da pensare a un plagio. Poi mi direte che “x però ha scritto che…”, mentre “y ha scritto invece che…” e avete ragione, ma qui non si tratta di libri scientifici dove la base è quella e uno ragiona sulle virgole, qui siamo nella narrativa e avere la sensazione del già letto non è una bella cosa. Eppure qualcosa mi sfuggiva, perché per quanto mi sia piaciuto “Le notti di Salem” questo lo trovato molto più completo come se Straub fosse il capostipite e King l’emulo per riconoscenza. E invece no: “Ghost Story” è stato pubblicato nel 1979, mentre l’opera di King è del 1975. E ci sono rimasta male.

In “Ghost story” tutto viene ben descritto, senza fretta, per delineare i personaggi e le situazioni. Quella che in altri libri avrei imputato a lentezza e verbosità qui trova sempre la sua soluzione d’essere, perché i rapporti fra i protagonisti e i vari comprimari servono a delineare i parallelismi fra realtà e fantasia, fra normale e paranormale. I protagonisti che per buona parte del libro vivono nella loro tranquilla razionalità, a poco a poco devono confrontarsi con i propri incubi e fare affidamento con quanto di reale li possa salvare. Le visioni, le paranoie sono ben dosate e giostrate a momento debito e descritte in modo quasi cinematografico. E anche la neve che giunge, naturalmente ma straordinariamente, sembra quasi un protagonista aggiunto a cui non sai dare un valore morale o una posizione certa.

Dove sta allora il vero difetto di questo libro? Nel finale. E qui casca l’asino.

EVENTUALI SPOILER!

Il finale non tira le somme e viene rimandato continuamente, invece mantenere sul filo del rasoio i lettori insieme ai protagonisti, con ansia e catarsi. Esso doveva essere tirato dopo lo scontro finale fra i buoni e i cattivi, quando oramai stanchi i primi e superbi i secondi i ruoli si invertono per avere una sensazione di ripristino di normalità. E invece no! l’autore decide di tirare la solfa ancora avanti, di dare ai nostri eroi una parvenza di normalità assolutamente fuori luogo,  di ricollegarsi con l’inizio fuori dagli schemi della vicenda, ma qualcosa deve aver perso lungo la strada, perché diciamo che quello che racconta non ha conseguenza logica con la vicenda. Il povero Don diventa un barbone e uno psicotico senza motivazione, abbandonato dai suoi compagni di avventura, poi si sveglia e si massacra una mano (e qui si capisce il perché, ma lo fa nel modo più stupido) e poi rapisce una bambina o viceversa, perché è tutto scritto in modo confusionario. Il confronto fra di lui e Anne bambina dell’inizio non trova una soluzione e rimane sospeso in quel “Io sono te.” che ha senso se si legge tutto il libro, ma che poi cade nel vuoto del silenzio. Anche uccidere l’ape ha valore, ma l’uccisione viene descritta come un atto non liberatorio o catartico, ma come un dato di fatto sterile.

Il problema è che gli elementi che servono per finire la vicenda li ha usati tutti, ma nel peggiore dei modi rendendo tutta l’opera abbastanza inconcludente e un po’ banale. Da quasi l’idea che il libro si diviso in due, togliendo l’inizio, e che il finale sia stato scritto in un momento di stanca, senza più l’ardore con cui ha raccontato tutto il resto. Anche l’inizio quindi diventa assolutamente inutile e superfluo e quindi mi si aumenta il senso di fastidio.

Non sapete come mi ha fatto rabbia il finale, perché il resto del libro mi è piaciuto proprio, con quel senso di sconfitta, ma di coraggio che vede l’uomo normale affrontare il paranormale; perché i fantasmi o spettri che siano sono cattivi e vendicativi come solo gli dei greci sapevano essere, quindi fuori dal tempo normale; perché gli aiutanti paranormali sono creature paurose, che ti “mangiano dentro” prima che farlo fuori. Insomma il male è il male e il bene è il bene. Punto. Senza gli innamoramenti insulsi. Senza sbriluccicamenti o cose del genere. Qui la paura ti vuol scaturire da dentro e ti deve rimanere dentro, costringendo anche il lettore a guardarsi attorno.

Questo era un gran bel libro rovinato da un finale insulso. Peccato.

Voto: 6/7

POSTILLA: questo è il film che è stato tratto e vede fra i protagonisti anche Fred Astaire. Molto curiosa di vederlo, sempre che riesca a trovarlo. http://www.mymovies.it/dizionario/recensione.asp?id=24089