“Lo Hobbit” di Tolkien. E Peter Jackson dove era?

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Ho riletto quest’anno questo libro che ho amato tantissimo e che per anni in adolescenza ho riletto e riletto, crescendo, amandolo ogni volta, ogni volta trovando qualcosa di nuovo e di vero (come capita sempre ai classici e ai grandi libri o film in genere), ma la scusa questa volta è stata trovata nel fatto che riguardandomi i due film tratti io non ritrovavo il libro.

Come ho detto da altre parti, non ricordo se anche qui, io credo nel diritto di primogenitura dell’opera: chi l’ha creata (sia film, fumetto, libro, dipinto e scultura e altro tanto per allargare i campi) ha la verità di quell’opera. Non importa se arriva un altro e ci aggiunge un di più e lo rende più “bello”, l’opera è fatta, completa e corretta come esce dalle mani del suo creatore. Punto. Possiamo discutere all’infinito, ma se esiste il diritto d’autore questo ha un valore non solo economico ma soprattutto intellettuale.

E qui casca l’asino.

“Lo Hobbit” nasce come un racconto per ragazzi, poi si capisce che è un prologo per “Il Signore degli anelli” e da lui, dai tanti personaggi citati, nascono altri racconti; è completo così come è stato concepito; ha volutamente un linguaggio non epico, comprensibile, ma tutt’altro che semplicistico; narra di un viaggio, di un’avventura in cui gli eroi cambiano, maturano, capiscono, ma si trovano anche ad affrontare ostacoli incomprensibili sul momento. E’ il classico racconto da fare davanti al camino con un adulto che lo legge e un gregge di minori che ne rimangono affascinati. Con questo non voglio dire che se ve lo leggete fra di voi, nella solitudine della vostra cameretta, non sia valido, ma a questo giro ho provato a leggerlo a voce altra (anche per mettermi alla prova con un tipo di lettura diverso da quella mentale che tutti noi usiamo normalmente e comunemente) e ne ho sentito una poetica e una forza che non ricordavo. Sicuramente ho un’altra età e tante cose che mi frullano per la mente che la Terra di Mezzo è un porto sicuro e accogliente.

Essendo un racconto per ragazzi, e per quanto i ragazzi del secolo scorso siano stati ben diversi da quelli odierni, mi chiedo perché stravolgere così tanto l’essenza del libro per farci un altra cosa? Ecco cosa ha fatto P.Jackson.

Premetto: io ho un altarino nella mia testa per questo regista. Ci ha regalato importantissimi film sia per lo splatter che per altri generi, ma soprattutto ha messo finalmente sul grande schermo “Il Signore degli anelli”. Il lavoro che ha fatto poteva risultare un disastro, poteva scoppiargli in mano, invece ha sapientemente tagliato (anche se ammetto che è stato un dolore) situazioni che avrebbero fuorviato lo spettatore ignorante, ha tenuto l’essenza del libro e ha raccontato l’atmosfera che c’era. Questo il punto: non è stato fedele al libro in ogni sua virgola, ma ha rispettato il cuore della trama. Ne “Lo Hobbit” ha visto la gallina delle uova d’oro e quindi ha fatto del danno…

Prima di tutto fare 3 film di un libro di 300 pagine è proprio il segnale che devi pagare le bollette e non sai come fare. E’ inutile che ce la racconti Peter! Vallo a dire al vicino di casa, ma non a noi. Secondo ha reso questa storia cupa, epica dove non c’è, ha unito tanti pezzi di altri libri dilatando la storia, ma stravolgendo anche situazioni ed eventi. Ma soprattutto ha messo quella cosa orrenda che è la “storia d’amore” fra un nano e un’elfa che manco esiste nel libro. E questo io non glielo perdonerò mai, perché ha ceduto il potere, per avere più soldi, alle bimbeminkia (scusate il francesismo, ma a volte ci vuole!) totalmente lontane dal fantasy le quali accettano di vedere certi film solo se ci sono storie d’amore assurde. State a casa! Fate un favore al mondo interno più o meno nerd: andate da un’altra parte! Non è un giudizio morale, per me potete fare quello che volete, ma se entrate nel mio “mondo” lo fate alle regole di esso e non alle vostre, perché se no siete solo dei parassiti e dei distruttori! Vi detesto, lo ammetto! Siete una rovina! Non accoppiatevi con dei nerdi, fatelo con dei vostri pari, abbiate pazienza ma così siete un virus distruttivo che farà nascere mezzi nerd decerebrati!

Torniamo a noi…con “calma, dignità e classe” (cit.).

L’operazione cinematografica che per molti ha un pregio e che molti miei amici nerd fantasy hanno apprezzato perché ha reso la storia più adulta, ha solo il pregio di aver attirato gente al cinema e qualcuno a comprare il libro; ma ha il totale demerito di aver allontanato i ragazzini dal libro (nel quale troveranno tutt’altra un’atmosfera) e gli amanti dallo stesso dalle sale. In più non è manco fatto benissimo, visto che molto spesso in sala (ho visto i due episodi) ho trovato errori grossolani nella tecnica e nella resa. Quando il mio occhio coglie quel dettaglio stonato vuol dire che è marchiano e fatto veramente coi piedi, perché per quanto io sia attenta e conosca un po’ come si fa un film, quando entro in sala mi lascio prendere dalla situazione ed “entro nel film”.

Mi chiederete allora perché ho visto i due film al cinema? Il primo perché non potevo essere vittima dei miei pregiudizi, visto che il trailer non mi convinceva per nulla; il secondo perché non potevo credere che ce ne potesse essere un secondo, anche se ammettevo che la mia memoria faceva fatica a tirar fuori le cose narrate. Il terzo lo guarderò? Direi fortemente “no”, sempre che non capiti un’occasione come la volta scorsa che ho speso 3 euro per vederlo. Questo è il valore che do a queste operazioni.

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Per chiunque abbia già letto il libro, ma voglia approfondire tutto quello che ci sta dietro, la più bella edizione che io ho (perché ammetto che questo è l’unico libro che ho in più edizioni. E me ne mancano ancora altre) è sicuramente quella annotata: piena di annotazioni, di disegni, di spiegazioni non solo permette meglio di entrare nel mondo della Terra di Mezzo, ma soprattutto fa meglio comprendere il grande letterato che fu Tolkien che seppe mischiare i suoi studi con le sue esperienze e le sue doti.

Un lavoro complesso che nulla toglie alla lettura, ma che non consiglio per chi non abbia mai letto il libro perché se si leggono le note in corrispondenza si rischia di togliere pathos alla lettura.

Lasciatevi andare seguendo i nani e un hobbit, senza timore di tornare bambini e di affrontare orchi e creature misteriose con le sole armi del coraggio e della forza.

Voto libro: 10

Voto film: 5. Chi troppo vuole nulla stringe…

 

Buon compleanno J.R.R. Tolkien!

http://it.wikipedia.org/wiki/John_Ronald_Reuel_Tolkien

Neanche avessi fatto apposta, ieri ho ricominciato a rileggere per la x volta “Lo Hobbit”, ma scegliendolo nella versione annotata curata da Douglas Anderson e con la nuova traduzione curata dalla Società Tolkeniana Italia. Per quanto sia ancora all’introduzione e quindi alla nascita del libro, mi sono sentita di nuovo a casa. Forse sono un po’ hobbit dentro, anche se adoro i Roharim; forse la visione del film l’altro giorno mi ha sconvolto (e non piacevolmente, ma arriverà la recensione a breve e capirete); forse sono i ricordi che tornano alla memoria quando bambina l’ho ricevuto in regalo a Natale e l’ho letto d’un fiato emozionandomi a tal punto da doverlo rileggere ogni anno, finchè la mole di altri libri ha distrutto la tradizione.

Subito dopo sono passata a “Il Signore degli anelli”. Superato lo scoglio delle prime 100 pagine, tutto è filato liscio, mi ha fatto compagnia per qualche mese (sono sempre stata abbastanza veloce, ma a quei tempi ero alle medie e toccava studiare anche…). L’amore si è consolidato, scoppiato, forte.

In estate mi sono letta “I racconti ritrovati” e “I racconti perduti”, ma ammetto di non essermene appassionata, mentre “Albero e Foglia” letta da universitaria mi ha commossa, mi è rimasto dentro. “Il Silmarillion” è stato il momento di presa di coscienza del mondo tolkeniano, l’approccio serio alla genesi della Terra di Mezzo, il sapere il perché e il percome; lento, difficile, complicato, ma meraviglioso, visto che senza di lui non si capirebbero i rapporti fra le razze, Sauron e compagnia danzante.”La realtà in trasparenza. Lettere” è stato un momento buffo di una storia d’amore destinata a naufragare, ma che aveva Tolkien e altro come collante. “I figli di Hurin” è entrato in casa tardi, ma divorato, perché sentivo l’esigenza di tornare nella Terra di Mezzo. “Il cacciatore di draghi” divorato e rilassata. Me ne mancano tanti altri. Perché? Un po’ perché ne sono usciti tanti in periodi che non potevo permettermeli e un po’ perché pensavo di “aver superato” quel momento. Ma come mi sbagliavo!

Se un giorno entri nella Terra di Mezzo, ci cammini, ci soffri, ci piangi, ci vorresti combattere, anche se il tuo cammino si allontana per mille motivi, ti porti dentro una sorte di “mal di terra di mezzo”. In più nella desolazione di uscite fantasy per me degne di nota, tornare a casa è tornare al sicuro.

Ieri quando ho cominciato a leggere sorridevo: era come ritrovare un amico lontano che è sempre rimasto fermo nel mondo e che ti ha aspettato. Non è un effetto nostalgia, ma un capire ancora una volta da dove si è venuti e dove si vuole andare e a me sta bene così.

Potremmo passare giorni e giorni a riferire le polemiche, gli applausi, i falsi adulatori, gli ipocriti della prima ora, i fan di questo gigante della letteratura inglese. Potremmo passare vite alla disamina precisa de “Il signore degli anelli” trovando ogni volta che è di destra/sinistra, ecologista/industriale, hippie/giaccaecravatta, narrazione per bambini /esegesi per filologi, ma non ne caveremo un ragno dal buco.

Tolkien ha costruito un mondo dove per primi i suoi figli hanno camminato e si sono immedesimati, poi i suoi amici e colleghi hanno trovato ristoro e confronto, poi tutto il mondo ha trovato un piatto caldo, una spada pronta e un’avventura da intraprendere. Ha ripreso in mano i miti della sua terra, li ha studiati; ci ha messo dentro le mani con riverenza e forza; ha toccato il cuore delle leggende non per stritolarlo, ma per proteggerlo; li ha usati come padre e madre per future leggende e narrazioni. Invidio quegli studenti di Oxford che hanno potuto averlo come professore e poter ascoltare dalla sua viva voce la passione e la voglia di comunicare ciò che non è mai davvero passato.

Per me lui è il più forte pilastro della letteratura fantasy e pochi possono eguagliarlo sia nel passato come nel presente (Martin viene messo in paragone, ma non ha substrato letterario nella sua saga e in più si è fatto dominare dagli eventi e dai soldi. Nessun altro scrittore è per grammatica, letteratura e spessore, paragonabile) e si dovrebbe leggerlo come uno dei più grandi scrittori contemporanei della letteratura inglese e non solo di genere.

Io mi inchino e lo omaggio per tutto quello che mi ha regalato.

Buon compleanno Tolkien!

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“Il nostro comune amico” cap. VIII

Riprendiamo la lettura dopo gli ennesimi svarioni dovuti a scrittura e traduzione e vediamo cosa salta fuori.

L’intersezione fra i personaggi continua e seguiamo il signor Boffin fino allo studio dell’avvocato Lightwood, il quale non solo segue gli affari del defunto Harmon figlio, ma anche del nostro appassionato di storia romana. Mentre l’avvocato arriva ad intrattenere il cliente è il segretario (o assistente non lo dice bene) Malanno (un nome, un programma oserei dire. Ma perché certe traduzioni? In inglese come sarà stato? Il traduttore si è divertito a cambiare una parte dei nomi in codesto modo?) con chiacchiere superficiali. Mi ha colpito e divertito la “filastrocca” dei nomi dei clienti della giornata, ricordandomi immediatamente quella che Tolkien mette in atto ne “Lo Hobbit” per elencare il nome dei nani presenti nell’avventura. Sono convinta, visto il ruolo di Tolkien e i suoi studi, che lo studio di Dickens possa averlo interessato, ma a un certo punto mi chiedo se non sia stato il traduttore che più o meno inconsciamente ha richiamato il professore di Oxford. Mah…dovrei ricercare il testo in lingua originale. Chi ha citato chi?

Che cosa lega Boffin, Lightwood e Harmon? Il testamento e la morte di quest’ultimo. Boffin infatti, come legatario subordinato, riceverà una certa somma di denaro, ma a questa notizia egli non si trova entusiasta, anzi è quasi schiacciato dal peso. Parte allora una piccola riflessione sul fare i soldi, sul penare a guadagnarli giorno per giorno e poi non goderseli, sulla vita del giovane Harmon che lo stesso Boffin con la moglie ha difeso più volte di fronte al padre. Si apre l’immagine del giovane Harmon di sette anni che tenta di opporsi al padre, al suo comportamento con la figlia, della sua fuga con tanto di valigia verso la Pergola per scaldarsi e di come la signora Boffin gli volesse bene e di come venne imbarcato per il suo destino. In questa rievocazione di un non affetto famigliare i coniugi Boffin appaiono in tutta la loro “paciosità” come due elementi normali, morali, affettivi, magari un po’ sempliciotti, ma legati a situazioni ed affetti basilari. Anche il rispetto per il vecchio Harmon in punto di morte, dopo una vita dura e dopo lo scontro per il figlio, sottolinea non solo le convenzioni fra le classi sociali o fra i sottoposti, ma proprio una moralità che sembra stonare in tutto un racconto che per ora ha enfatizzato le apparenze e le malelingue.

Dickens sembra voler tratteggiare due mondi umani che si intersecano volenti o nolenti, che debbono collaborare, ma che a volte collidono. Così quando Boffin offre un premio di un decimo dei suoi averi per scoprire l’assassino del giovane Harmon, l’avvocato protesta e se la protesta è legata alla paura che una cifra così alta possa indurre alla falsa testimonianza e a indagini affrettate pur di consegnare un colpevole, la fermezza di Boffin pare un caposaldo di volontà di giustizia.

Con la comparsa nello studio di Eugenio Wrayburn ecco un altro momento surreale di dialettica, dove il giovane avvocato si oppone con veemenza ad essere paragonato, lui bipede, a qualsiasi alto animale (anche se il cammello “è una persona di estrema morigeratezza”) o insetto. Dopo questa tiritera Boffin esce dallo studio e viene fermata da una persona sconosciuta che, però, ben lo conosce. Anche noi, come il nostro protagonista del capitolo, iniziamo a star sul chi va là, anche perché il libro si apre, circa, con un delitto e non vorremmo trovarcene un altro.

Invece il ragazzo sembra innocentemente proporsi solo per fargli da segretario. Si chiama Rokesmith e ha preso casa presso il signor Wilfer. Quindi iniziano i legami!

  • Rokesmith alloggia dal signor Wilfer.
  • Il signor Wilfer è il padre di Bella Wilfer
  • il signor Boffin ha lavorato per Harmon padre
  • il signor Boffin è il legato testamentario di Harmon figlio
  • l’avvocato Lightwood è l’avvocato del testamento di Harmon figlio
  • l’avvocato Lightwood è l’avvocato di Boffin
  • l’avvocato Eugenio Wrayburn è amico di Lightwood.

Il capitolo si chiude con la richiesta di Rokesmith e la promessa di Boffin di pensarci e di rivedersi alla Pergola dopo una o due settimane. Atteggiamento prudente di una persona che continua a mantenere un animo disponibile verso il genere umano, ma che non fa niente in realtà per sincerarsi della veridicità delle persone che ha di fronte. E’ come con Silas: chiamato a leggere a casa solo per una buona impressione di letterato!

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