“La casa del buio” di King & Straub

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Link alla scheda sul Goodreads

Chi fa le quarte di copertine ha un dovere, anzi più di uno in realtà, ma in questo caso uno ce l’ha più di tutti: segnalare quando un libro fa parte di una serie. Ecchecavolo! Non si può leggere una cosa, poi inizi ad avere la sensazione che ci siano dei riferimenti, ma ti dici di no; le sensazioni che ti manchino dei pezzi; fai la figa scrivendo cose e citazioni sul quadernino e poi…bam! Tutto chiaro! Tutto lì e ti senti anche un po’ scema!

Sappiatelo: questo libro fa parte di almeno due sequenze. Una è “Il Talismano” e l’altra è “La torre nera”. Ah, ma te dovresti saperlo che King cita, si autocita, lega tutto! Certo che lo so, ma questo fa parte del ciclo in un qualche modo: è uno spin-off come si dice in gergo? E’ una puntata? I personaggi li ritroveremo? Ty serve a qualcosa? Lo scopriremo solo leggendo mi sa, anche se saremo boicottati dagli scrittori di quarte di copertine. Pessimismo e fastidio!

Comunque sia, partiamo un po’ a parlare di questo libro. Come forse sapete se avete letto qualche mia recensione io non sono una fan di King, anche perché siamo ancora in perfetta parità per spostare l’equilibrio del gusto da “non mi piace” al “cavoli che libro!”; c’è un sano e dissacrante distacco nei suoi confronti e una crescente curiosità a leggere certi suoi libri. Straub, invece, tanto osannato non mi convince forse perché ho letto un unico libro su una storia di fantasmi e l’ha mandata a ramengo in modo così banale che per me è ceffoni a due per due. Ma tutti gli espertoni dicono che sull’horror sono due grandi…sarò scema io oppure (e inizio a crederlo) non temo più nulla. Questo libro viene presentato come un pugno allo stomaco che non ti farà dormire e di certo l’argomento di base lo: la sparizione, uccisione e mutilazione di alcuni bambini in una cittadina americana (ecco, quelle mi fanno paura e King lo sa se no non ci ficcherebbe la peggio feccia di mostri e spostati, tutti a vivere attorno a un qualche cimitero indiano). Ovviamente il povero poliziotto incaricato pensa che sarebbe meglio trovarsi dentro a un tornado che dover rispondere alla cittadinanza e alle famiglie coinvolte. Dalle profondità degli abissi sembra rischiarare una luce quando riappare sulla scena il, ormai in pensione, investigatore Jack Sawyer capace di leggere e ascoltare meglio di chiunque per riuscire a incastrare gli assassini.

Peccato che non tutti gli diano fede e cerchino di metterlo nei guai e rovinargli la reputazione. Vabbè posso capire la moglie dell’assassino precedente, ma il “simpatico” giornalista Wendell Green. Apriamo una parentesi un attimo: quanto King e/o Straub detesta la gente e i giornalisti che la guidano? Unisco queste due “figure” perché alla fine quello che muove entrambi è una sorta di pancia collettiva acefala e bisognosa di sangue: non importa chi cosa e quando sia colpevole, basta distruggere l’altro. Il modo in cui vengono descritti nella loro bassezza viscerale, frutto di frustrazioni e invidia, è il vero pezzo di horror che mi ha spaventato, perché è tangibile in mezzo a noi. Questo libro è stato scritto nel 2001, ben prima di certi eventi storici, ma credo in un momento in cui si potevano vedere i prodromi di una certa televisione spettacolo, di un certo giornalismo di bassa lega, di una estremizzazione del “diritto del popolo a sapere”. A 17 anni di distanza, non so come sia la situazione americana, ma di certo in Italia “sbatti il mostro in prima pagina anche inventando bugie” è ora un must.

Torniamo al racconto. Jack Sawyer è uno che ha i poteri, che ne sente il peso, ma non può farci nulla. Gestire le sensazioni, vedere cose che non ci sono, capire che ci sono più mondi che interagiscono fra loro su piani differenti, è un peso e non un dono, una condanna più che un piacere. Egli può andare nei Territori, quelli che la madre dell’ultima vittima rapita chiama “Altrove”, conosce gli abitanti, sa come sono le regole. Ma i Territori non sono la nostra realtà anche se qualcuno sta cercando forse di mangiarsi pezzi di questa per i suoi scopi di potere. E allora senza citarla del tutto, senza spoilerare cose che son state dette in altri libri sappiamo della Torre, del Re Rosso e dei Frangitori; di come qualcuno cerchi bambini con gli stessi poteri di Sawyer e di come altri cerchino invece di liberarli. Una guerra fra bene e male che oltrepassa il concetto di tempo e spazio, che usa armi non convenzionali e non fa prigionieri.

Non voglio spoilerare più di tanto, ma sono molto belli i biker in versione “vendicatori” anche se si fanno prendere la mano e ne pagano le conseguenze; bello il personaggio del dj cieco Henry Leyden che da solo riesce a riempire praticamente tutta la radio, facendo più persone e più voci, ma che soprattutto è come la coscienza di Jack. Riescono ad essere credibili anche i personaggi “normali”, come Fred il padre del ragazzino rapito e il poliziotto capo Dale Gilbertson: essere normali in una situazione che alla fine è poco credibile è una delle cose più difficili da rendere. Perché alla fine questo romanzo è un “semplice” giallo o thriller con un assassino seriale, un profiling, una serie di vittime e una caccia allo scadere del tempo, solo che a un certo punto non sei più nello stesso piano astrale di quello che pensi.

La coppia genitoriale di Ty ricorda molto quella di “Pet Sematary”, ma con i ruoli inversi ossia è la moglie che va giù di testa in modo assurdo. Questa serie di autocitazioni o riferimenti ad altre situazioni è, da quel che ho capito, tipico in King e non è strano che alcuni personaggi vengano anche solo citati in altri libri, ma questa descrizione della famiglia ha qualche senso? Non voglio psicanalizzare il Re, ma mi chiedo se ci sia un qualche schema o è solo una sua fissa: alla fine la famiglia è il primo nucleo che salta, costringendo i personaggi ad agire da soli, senza mai riuscire a trovare conforto in chi ti dorme accanto, ma invece cercandolo nel vicino di casa o in perfetti sconosciuti.

Anche i personaggi negativi, la casa e il Pescatore, sono ben strutturati ed essendo fra loro legati alla fine ti viene da chiedere se davvero quando compri casa non dovessi fare una piccola ricerca sulla moralità del costruttore. Perché se ogni cosa che facciamo in qualche modo è influenzata da quello che siamo e dalla volontà con cui la facciamo, quando compri la casa da uno che è corrotto e marcio dentro il minimo che ti accade è che lei sia un portale oscuro di viscida malvagità. Il minimo.

Voto 7. Questo è uno dei King buoni e Straub si fa ricredere.

Parliamo un secondo della scrittura a due mani. Dove finisce una e inizia l’altra? Forse leggerlo il lingua potrebbe aiutare, ma credo che esista un modo per amalgamare il tutto. Quindi, a questo punto, chi ha tirato chi per far venir fuori un prodotto che fila dall’inizio alla fine? Che pur prendendo la tangente del fantasy, risulta credibile e logico? E’ uno di quei dubbi che dovranno rimanere tale, visto che per me King è altalenante e Straub non sa creare delle conclusioni a livello della storia.

Consigliato: oltre a chi ama gli horror e a chi sta cercando di capire quanto è vasto il mondo della Torre Nera, a chi ama i thriller con una parte soprannaturale, perché alla fine un’indagine è un’indagine e un cattivo va in qualche modo ricondotto al giudizio.

Nota: Nel libro vengono citati due libri:

  1. “Casa desolata” di C. Dickens
  2. “House Hill” di S. Jackson

Se nel secondo caso, la costruzione e la casa stessa hanno una storia e una vita propria, nel primo caso non saprei cosa dire: Dickens parla di case possedute? Chi lo ha letto mi può dare una risposta senza costringermi a leggerlo? Grazie.

Scheda tecnica

Traduttore: Maria Teresa Marenco

Titolo originale: Black House

anno di pubblicazione: 2001

editore: Mondadori, serie “I miti”

stampato presso Mondadori Printing S.p.A. a Milano nello stabilimento NSM a Cles (TV). Printed in Italy

pagine 731

prezzo € 4.60

copertina: foto© Steinbacher / Photonica

Marc Cohen

progetto grafico: art director Giacomo Callo; graphic designer Cristiano Guerri

genere Horror

 

 

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“L’ultimo cavaliere” di S. King

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Recensione da wikipedia

Mi sono messa a capire perché la serie della Torre Nera sortisce così tanti fan. Vabbè, ho capito: ma dove sono vissuta fino ad esso? A volte me lo chiedo vedendo quante cose non ho letto, ed eppure ho sempre letto tanto e abbastanza bene. Comunque sia, ho preso in biblioteca quello che ho capito essere il primo libro da leggere. E ho iniziato l’avventura.

La lettura è particolare e devo essere sincera non ho capito se è per colpa dell’autore o della traduzione. Per buona parte della vicenda è come se fosse un fluire di situazioni e pensieri senza che si voglia in qualche modo incanalare situazioni, personaggi ed eventi. A volte perdevo il filo del discorso, a volte manco avevo voglia di tornare indietro a capire, a volte mi sono proprio persa. Colpa mia. Boh, non saprei dire. In quei momenti mi passava la voglia di leggerlo e mi chiedevo che senso avesse e come mai piacesse tanto. La scrittura di King (che La Libreria Pericolante non mi legga!) non sempre mi convince e gli imputo il gran difetto di avere un piacere perverso nel mettere una parola dietro l’altra fino all’esasperazione; più di una volta gli ho contestato il difetto di essere parolaio; di certo ha la capacità di cogliere le storie e di coglierne il lato più oscuro o mistico. In effetti non saprei come “catalogare” per genere questo racconto: ha l’epica del cavaliere solitario che se ne va per le praterie, la desolazione post apocalittica, la distruzione della società e la mistica della ricerca. Il bene e il male o semplici antagonisti? Diventa davvero difficile dirlo in questo racconto o meglio secondo me diventa riduttivo. Riduttivo perché King butta un sacco di ami nel mare della lettura, sperando che il lettore attento riesca a coglierli tutti: cita Amleto ma non è lui, perché alla fine la Danimarca non c’entra nulla; il suo Roland è l’ultimo della sua stirpe (in questo caso un ordine cavalleresco, ma con quella scelta “monastica” che fa tanto fantasy che strizza l’occhio alla Storia); l’uomo in nero misterioso e “profetico” richiama a un cattivo paranormale di quelli che ci si aspetta in un confronto ascetico, una caccia come quella che raccontavano nel medioevo per i paladini col graal; Jake sembra un pseudo Isacco o una Ifigenia condannata al suo destino, con quel suo continuo sfasamento temporale (alla fine è lecito domandarsi se sia fisicamente vero oppure no). E poi tanto altro. Oddio credo che queste citazioni li veda solo io, oppure no: voi lo avete letto e quali citazioni letterarie avete colto o pensato di aver colto? A volte leggere certi testi a una certa età fa cogliere cose che non è detto che ci siano.

voto: 6/7 Perché dopo aver ceduto alla scrittura non convenzionale, ai salti temporali, ai cambi di registro e ci si lascia prendere dalla vicenda, si scopre che è avvincente anche se “scontata” (non è che ci siano davvero dei colpi di scena veri, alla fine ci si aspetta che le cose filino come si sono svolte). Adesso vediamo come sono gli altri capitoli, ma con calma.

Scheda tecnica:

Titolo originale: “The Gunslinger”

anno di pubblicazione: 1978

traduttore: Tullio Dobner

edizione: Sperling & Kupfner-bestsellers

finito di stampare: ottobre 1989 da Monolito S.r.l. Milano, printed in Italy

copertina: illustrazione di Michael Whelan

pagine 257