“Nostalgia del sangue” di Dario Correnti

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Questo è uno di quei libri che stanno girando sui social, molto osannati dai book blogger e quindi sta avendo un gran successo; anche io sulla loro scia, o meglio convinta dalle recensioni entusiastiche e dalla disponibilità in biblioteca, mi sono messa a leggerlo. E a me non ha convinto. Ecco, detto subito alle prime righe come mio solito. Vi prego continuate a leggere la recensione.

La trama è abbastanza lineare. Nella bassa lombarda o meglio bergamasca si aggira probabilmente un serial killer che si rifà alle imprese di sangue di Vincenzo Verzeni, primo serial killer italiano che proprio in quelle zone aveva agito fra la fine dell’ottocento e gli inizi del novecento. Un imitatore? Un redivivo omicida? Un erede? Nessuno lo sa, anche perché all’inizio nessun giornalista ne aveva colto il collegamento, se non una giovane e sfigata stagista giornalista che invece la cosa l’aveva vista. Informata la prima penna di questo famosissimo giornale milanese, dove anche lei lavora, i due, Marco Besana e Ilaria Patti, partono alla caccia. Fra vecchie scartoffie, mitomani e sfasati vari, riescono a tirare le fila dell’intricata matassa e arrivare al colpevole.

Bon, fine. Fatta.

In realtà il problema è come ci arrivano. Prima di tutto con troppe pagine e capitoli troppo corti. A volte narrativamente ci sta cambiare spesso inquadratura e situazioni, a volte da proprio il senso dell’azione e della fretta, ma qui non è proprio così. Il libro è lento, per quanto succedano un sacco di cose (forse anche un po’ troppe), si incastrano personaggi e vicende personali che alla fine, stranamente, non distolgono troppo dagli eventi ma sono mal disposte. Partiamo con i due più grossi difetti che io ho trovato:

  1. la marea di “gossip” giornalistico o di spiegazione di come è il mondo della carta stampata;
  2. la vicenda di Ilaria.

Nel primo caso tutta questa marea di informazioni su come si vive in quell’ambiente, degli sgambetti, di chi si fa chi e perché (ovviamente con nomi inventati o anonimi), con il “grande giornale milanese” senza nome dove si svolge la vicenda, su tv e carta stampata, le prime donne e le stagiste e le penne di grido, sono tutte distrazioni inutili. Un po’ fa colore e scenografia, ma spesso rallenta e spezza il ritmo e annoia terribilmente. Capisco che serva a inquadrare una parte della trama e dei personaggi secondari, ma anche no! Stringere, tagliare e sintetizzare.

Il secondo punto invece è la lampante dimostrazione di come un editor stronzo avesse dovuto agire. Che la nostra giovane giornalista in erba abbia un segreto oscuro alle spalle si capisce subito. Se fosse una persona viva glielo leggeresti in faccia. Mentre scrivo mi è venuto in mente il personaggio di Chloe Saint Laurent di “Profiling“, serie tv francese trasmessa qualche tempo fa da FoxCrime: strana, eccentrica, dotata come psicologa, ma che, attraverso i gesti, lascia trasparire un dramma famigliare abbastanza pesante. Nel nostro libro il dramma è un uxoricidio bello e buono a cui la piccola Ilaria ha vaghi ricordi e pessimi effetti collaterali. Non posso dire che l’idea si copiata o già sentita, ma la resa è lagnosa: il personaggio tira per le lunghe il suo malloppone di dramma (che, oh, ci sta che lo sia e che sia difficilmente digeribile, ma…lagnaaaaaa), si ammanta di aurea di vittima e lì rimane, ma con l’istinto del riscatto. Insomma è un personaggio altalenante e ondivago che a me ha fatto venire la stanchezza: o molli o rischi e se rischi affronti, perché tanto la cosa è successa e non si torna indietro e lagnarsi non fa risorgere le persone morte. Mi direte che probabilmente è un primo romanzo di una serie e forse vedremo evolvere il personaggio in un qualcosa di più definitivo…può essere, ma se devo basarmi su questo testo io credo che la stessa vicende, le stesse paure, le stesse lagne potessero essere descritte in modo meno noioso. Ha allungato troppo il brodo, come me ora per spiegarvi la noia.

E poi arriva lui alla fine: lo spiegone.

SPOILER. LEGGETE A VOSTRO RISCHIO E PERICOLO. FORSE.

Infine i nostri due eroi dipanano la vicenda e capiscano chi sia l’omicida, mentre a noi rimangono alcuni dubbi sul perché ma lo sappiamo benissimo che qualcuno ci metterà sotto il naso tutto, Ilaria decide di darsi alla pazzia, saltare il fosso e andarlo a prendere. Ecco, queste son le cose che un po’ ti fan cadere le braccia: ma porcalamiserialadra, proprio ora dovevi darti una regolata e rischiare? Razza di scriteriata, non sai manco vestirti e vuoi affrontarlo? Vi prego, Darwin pensaci tu. E invece no, non interviene Charles, ma lo spiegone.

Che cosa è lo spiegone? Dicesi spiegone quel momento in cui il cattivo in una posizione di forza sul nostro eroe, invece di ucciderlo e guardare in camera e lo spettatore e rider loro in faccia, perde tempo e spiega tutto logicamente sul suo operato. Lo spiegone permette al nostro eroe di trovare la limetta che gli permetterà di salvarsi, le forze dell’ordine arrivare, il supereroe risorgere, la marina sbucare dal tubo del water e i demoni dell’inferno andare in massa a rinnovare il ticket del parcheggio. E tu spettatore, a cui forse mancavano alcuni dettagli ma avevi capito tanto, tu ti guardi attorno e dici due semplice parole: “Ma veramente?”. Non è tanto legato al fatto che “ma veramente è successo così”, quanto piuttosto al “ma veramente sta perdendo tempo e si sta sfuggendo la vittima?”. Per me quel momento è demoralizzante e secondo me è il bollino di non qualità di un giallo. I gialli, i thriller, i noir sono complicati; se fossero facili li scriverebbero i bambini. Sono complicati perché devi svelare il perché e farlo in modo convincente; se usi il mezzo dello spiegone vuol dire che non sai più come risolvere la faccenda, che hai fatto un passo di troppo, che hai voluto strafare e non sai più come risolvere senza uccidere qualcuno a cui tenevi in qualche modo. Quindi a questo punto qualcuno non è intervenuto e secondo me un buon editor stronzo, visto comunque il materiale buono e ben scritto doveva rimandare indietro quel pezzo con un bel “lo spiegone no! Non lo avevamo considerato!”.

Voto: 6. Detto questo, non posso che dare piena sufficienza, perché è ben scritto, scorrevole (l’ho letto in due giorni che per me è un buon segno di capacità affabulatoria), ma i difetti li ho percepiti come inciampi veri. Ci sono elementi extra indagine, tipici dei gialli moderni, come la vita privata di Besana che fanno colore senza prendere il sopravvento e lui e Ilaria sono una bella coppia lavorativa, sperando che non diventino una coppia amorosa.

Mi è piaciuta anche l’ambientazione, ricordando agli appassionati di gialli italiani che la bassa lombarda è terra di omicidi, nebbia, polenta, buon vino e gente stramba. E a noi ci piace così.

Ultimo dettaglio curioso: si vede che l’autore si è documentato sulla cronaca nera e cita molti casi italiani e non solo che arrichiscono la narrazione, rendendola un po’ più credibile di un qualsiasi giallo, ma e dico ma sono buttati lì un po’ come se si facesse vedere che ha studiato.

Questa è un’opera prima di una coppia di autori che deve ancora amalgamarsi bene dietro lo pseudonimo di Dario Correnti? Mah. Forse. Può essere.

Consigliato: a chi ama i gialli italici, senza troppe cose assurde, con belle indagini logiche e su più piani, ma che non ha troppe pretese di essere stupito.

Scheda tecnica

anno di pubblicazione: 2018

Editore: Giunti

stampato gennaio 2018 presso Elcograf S.p.A., stabilimento di Cles

pagine 535

prezzo € 19,00

copertina: foto elaborata ©Alina Zhidovinova/ Trevillion Images

progetto grafico: Rocio Isabel Gonzales