“Dead snow” di Tommy Wirkola

deadsnow
Recensione di Mymovies

Scordatevi la solita recensione tecnica, questo film va assaporato e gustato in un sol modo: di pancia. Perché questo film è…come ve lo posso dire…una chicca di horror serie Z che non potete perdervi.

Non ci sono scelte di alto cinema di genere, non vuole passare come un pilastro dello stesso e non ha vanterie da fare. O almeno lo crediamo noi amici che l’altra sera ce lo siamo guardati tramite Netflix (odio! Lo voglio anche io, ma devo resistere…non so se ce la farò lo ammetto).

La trama è molto semplice: un gruppo di giovani sprovveduti norvegesi (quattro maschi e tre femmine) se ne vanno in una baita in montagna a fare una bella gitarella. Il posto è sperduto fra qualche montagna, senza un cavolo di indicazione, senza campo per il cellulare, radio per le comunicazioni e la macchina va lasciata a x chilometri di distanza. Tutti i migliori (o peggiori, dipende dai punti di vista) stereotipi del classico film horror ci sono, compresa la coppietta che sta insieme da un po’ e in realtà ha problemi, la bella di turno, lo sfigato e il belloccio tormentato. Ah, dimenticavo, c’è anche il tizio che appare dal nulla di notte (e non è il guardia caccia, o il controllore del bosco o un forestale a caso in pensione o in vacanza; e non è nemmeno un cacciatore di qualcosa) che nel giro di cinque minuti svela tutto e ci dice chi è il cattivo e perché. Quindi basta solo aspettare e seguire l’ordine preordinato delle vittime e vedere quanto gli zombie nazi cannibali sono diametralmente diversi dai loro antenati di Romero.

Perché guardare questo film? Perché è semplicemente geniale! Insomma, ti scappa da ridere per la palese presa per i fondelli di tutti gli stilemi classici del genere (e non solo di quello, basta guardare cose succede quanto trovano uno scrigno pieno di gioielli e oro), ti regala chicche a caso (le quali ti segneranno per sempre e non sarai più lo stesso) e soprattutto perché crea gli zombie più cattivi, fichi, curatissimi, intelligenti e non mangia cervelli che io abbia mai visto. E’ come giocare a “Sine Requie” e scegliere l’ambientazione Quarto Reich o una cosa del genere (potresti anche essere nel Sancto Imperio o nella TecnoRussia, nelle zone di confine). Insomma è quel genere di film dove staccare il cervello è un dovere e guardarlo in compagnia un vero piacere.

Ovviamente se cercate zombie sbriluccicosi e innamorati questo film non fa per voi; né se cercate di essere spaventati sul serio; né se siete dei seri cultori del mostro non morto e non troppo sveglio. Questa è roba in cui litri e litri di sangue finto verranno immolati per la causa e situazioni oltre al limite della normalità ci regaleranno scene memorabili ed intestini elastici e resistenti.

Visto ciò e visto il fatto che altri spettatori non ne hanno compreso la portata, abbiamo deciso in modo inderogabile di votarlo e dargli ben 4 stelle. Voi dite che non si fa? Questo film va visto! Ecchecavolo!

Voto: 8 sulla scala degli Z  Movie Horror (scala raramente usata per la valutazione di un film, ma in questo caso l’unica corretta da usare).

“Benvenuti a Zombieland” di Ruben Fleischer

Secondo film del fine settimana horror di Halloween. Avevo sentito parlare molto di questo film e bene e ne ho promosso la visione. Beh mi aspettavo di meglio…devo essere sincera.

Il film è una visione classica ma in ottica comica o leggera del mondo conquistato (o sarebbe meglio dire mangiato?) dagli zombie: un virus scappa di mano da qualche parte nel mondo (di solito l’America…beh dovrebbero piantarla di giocare con i virus zombieggianti!) e nel giro di poco amici, parenti, sconosciuti e semplicemente passanti pensano che la tua ciccia sia la cosa più desiderabile da mangiare, al di là che tu sia d’accordo o meno. I nuovi zombie purtroppo si allontanano dalla loro stirpe per disdegnare il cervello come piatto base della loro alimentazione carnivora e soprattutto sviluppano muscoli e agilità che pochi atleti centometristi hanno per partecipare alle olimpiadi.

http://www.mymovies.it/film/2009/zombieland/

 Il bello di questo film è sicuramente il cast, ma come al solito quando parlo di cinema, parto con la scheda tecnica. Buona lettura!

Regia: 6/7 Mi leggo un po’ di biografia del regista perché non lo conosco e per una volta tanto non è colpa della mia ignoranza: questo film è il suo film d’esordio. E allora va bene! Costruisce un’opera interessante, scegliendo di puntare su un cast ridottissimo, una serie di situazioni che attingono alla storia del classico di genere, punta sulla leggerezza, srazza un po’ sul sentimentale e aggiunge quello che si potrebbe pensare essere un po’ un linguaggio da video musicali anni fumettistici. Si respira aria di freschezza, senza dover cadere nel giovanilismo; strizza l’occhio allo spettatore “veterano” sfidandolo a cercare (se ci sono) riferimenti ad altri film; cita un grande del cinema con uno dei suoi film più amati. Soprattutto guida il cast con attenzione, lasciando a ognuno il suo spazio di “eroe a sua insaputa”. Eppure non spinge bene sulla sua macchina da presa, creando uno stile che sia veramente unico e indimenticabile. Fa un buon compitino, certo con buone basi alle spalle…

Sceneggiatura: 6/7 Come si fa a fare un post apocalittico zombie senza cadere nei cliquè? Non saprei dirlo, perché in effetti la scelta è difficile da realizzare, ma rimanere nel solco della tradizione può essere una buona scelta oppure un già visto. Di certo questo film si basa più sui 4 protagonisti e le loro differenze che vedere davvero come la civiltà umana viva possa sopravvivere di fronte all’emergenza zombie. Alla fine chiunque abbia letto qualche libro o visto qualche film sull’argomento può salvarsi tranquillamente…o no? I 4 sono come quattro icone del “non ho mai avuto a che fare con uno zombie prima d’ora”: Columbus è uno sfigato nerd; Tallhassee è uno schizzato cow boy moderno, ferito nel profondo, ma ancora capace di lasciarsi andare per le piccole cose; Wichita è la scaltra, quella tenera ma che deve dimostrare di essere più stronza dello stronzo più stronzo, così nessuno la ferirà; Little Rock è il futuro, ingenua nella sua voglia di parchi gioco, furba perché sa già cosa è la vita, curiosa, è sicuramente il personaggio più interessante e “veritiero”.

Scenografia e costumi: 6+ Tranne per qualche chicca (vedi alla voce ultimo zombie clown) il resto è molto “normale” e anche qui il compitino è ben fatto senza troppi sforzi. Bella la caretterizzazione estetica dei protagonisti, ma prevedibile.

Fotografia: 7 Nessun sforzo particolare, anche perché qui si ritorna nei ranghi e la fotografia rimane un ottimo supporto senza uscire dai suoi binari. Forse si sono divertiti maggiormente sul finale con le scene al parco giochi di notte: un classico, un prevedibile mi sa, ma che è ben dosato e calibrato fra luci e ombre.

Musica: 6 Ancora una volta non me la ricordo e suppongo che sia un sottofondo non troppo impattante col resto, se non qualche scena particolare. Probabilmente in un film di genere, ma leggero non era richiesto il suo impiego.

Effetti speciali: 7 Un buon film horror non può prescindere da trucco, parrucco e sangue finto, tanto meno se hai a che fare con zombie mangia carne. Al di là degli effetti digitali o meno, il settore trucco&parrucco ha fatto il suo dovere con zombie credibili, mangianti e pezzi di carne come se fossimo da un bravo macellaio.

Cast: 6/7 Mi spiace per gli altri attori, ma Woody Harrelson svetta su tutti con un personaggio sopra le righe (e un po’ te lo aspetti quando rimani solo a combattere non morti…) infantile e adulto nello stesso tempo, scanzonato e molto pratico quando è ora, una buona prova d’attore ma di certo non un film da oscar per lui. Gli altri stanno nella media e vabbè. Menzione speciale per Bill Murrey che in una autocitazione molto ben fatta da al film un momento di dramma inaspettato ma corretto.

Voto: 6/7 Un voto quasi di media (o almeno di media a occhio) perché il film è gradevole, con buoni spunti narrativi e stilistici, ma mi aspettavo molto di più e soprattutto di divertirmi maggiormente. Da vedere comunque in qualche sera in cui si cerca una buona visione senza troppo impegno.

“Apocalisse Z. I giorni oscuri” di M. Loureiro

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Secondo capitolo della saga di Louriero, dove il nostro mondo all’improvviso viene contagiato da un tremendo virus, la maggior parte di noi si zombizza e solo pochi si salvano. Detta così è l’ennesimo libro sugli zombie, sulla fine del mondo e l’unica cosa differente è il punto di vista del “salvato”. Ebbene sì, la trama è sempre la stessa per x libri dello stesso genere.

Il primo volume l’ho letto quasi esattamente un anno fa, sempre con il cielo plumbeo e i riscaldamenti al massimo, al caldo sulla poltrona, mente nella storia tutto cadeva a pezzi. E devo dire che non mi ero appassionata tantissimo alla vicenda anche perché c’era l’enorme bug della mancanza totale di nerditudine nel protagonista: un avvocato, alquanto banale ed egoista, senza la benché minima capacità specifica di sopravvivenza , ma solo con l’istinto di rimanere in vita. Questo non aveva mai visto uno zombie, sprecava un sacco di tempo in elucubrazioni assurde e decideva di rischiare il tutto per tutto portandosi dietro il proprio gatto (che okkei l’amore per gli animali, okkei la paura della solitudine in un mondo devastato, ma un gatto? E poi il più ubbidiente gatto dell’intera storia del mondo e dell’umanità! Buono, arriva alla chiamata, mai approfittatore, sempre paffuto e coccoloso! Dai! Su! Non esiste! Elemento più sovrannaturale che i non morti) e alla fine, con più culo che anima, riusciva non solo a vivere, ma anche a trovare dei compagni di viaggio che anche loro fortunati come pochi. Perché allora leggere il secondo volume se il primo era la fiera delle ovvietà? Perché il primo finisce “tronco”! Ossia finisce interrompendo la vicenda a metà e lasciando il lettore con la curiosità di sapere come andrà a finire. Quindi era ovvio che leggessi questo (come dovrò leggere anche il terzo, visto che hanno utilizzato ancora lo stesso espediente).

Cosa posso dire di questo secondo episodio? Continua di certo la fiera dell’impossibile, dove i nostri protagonisti hanno fortuna a non finire, anche nelle difficoltà più immediate. Sono arrivati a Tenerife credendo di trovare un piccolo paradiso e invece si trovano nell’avamposto di una guerra civile spagnola (fra due isole, fra due governi, fra repubblicani e monarchici) e della dittatura “democratica”. Si trovano invischiati a loro malgrado in una storiaccia, perché alla fine un cattivo umano ci vuole e far vedere che l’essere umano rende sempre il peggio di sè è una costante che movimenta sempre tutto, peccato però che nella vicenda solo i nostri protagonisti (perché da uno più un gatto, sono diventati quattro più un gatto) sono umani e provano sentimenti sociali e affettivi. Perché? Questa desolazione che appare scontata (come la frase verso la fine che sottolinea che l’umanità non ha bisogno di una infezione per sterminarsi) aumenta il senso di desolazione e in me aumenta anche il senso di noia. Questi sono continuamente in volo, in avanscoperta non volendolo, in mezzo ai casini (c’è anche lo “zoo”), ma mai che sia venuto in mente a loro di trovarsi un pezzo di terra, costruire un fortino, riscoprire l’arte militare anche senza pallottole e ricominciare a vivere. No, niente. In questo libro c’è la desolazione dell’uomo moderno che non sa vivere senza tecnologia, senza la modernità.

Quindi alla fine due soli sono gli aspetti che mi sono piaciuti del libro: uno narrativo e uno morale.

Quello narrativo è la spiegazione scientifica e logica (per la storia ovvio) della nascita e diffusione del virus. Finalmente si ha una idea di credibilità nella situazione, di possibilità (ricordate la sars?) che tutto ciò accada: da quel senso di realismo che fa pensare al lettore che sarebbe meglio che iniziasse a imparare ad accendere un fuoco, a tirare con l’arco, a zappare e filare e tessere e tanto altro per la sopravvivenza.

Quello morale è il senso di disumanizzazione e incapacità di imparare non solo dagli errori, ma anche dal passato, cercando di ricostruire la vita invece di lasciarsi abbattere e dominare dai soliti egoismi di potere. E’ proprio la desolazione quella che prende il sopravvento, più che il senso di silenzio nelle città che spesso l’autore sottolinea per indicare l’assenza di vita umana. Bello l’episodio del Prado (non dico nulla).

Voto: 5/6 Buono l’impegno, ma da quel senso di già letto.

“Dust & Decay” di J. Maberry

http://www.anobii.com/books/Dust__Decay/9788865302668/01d75bb6097fe00dfc/

[Attenzione! Presenza di spoiler accidentali!]

Venerdì, quasi in contemporanea, io e La Libreria Pericolante abbiamo finito il secondo episodio della saga. Io ho fatto un po’ più di fatica a leggerlo che lei, ma alla fine ci siamo arrivate in fondo.

Il libro è scorrevole come il precedente e bisogna sempre ricordarsi che la vicenda riguarda dei ragazzini e non degli adulti perché situazioni e pensieri non sono proprio quelli degli adolescenti.  Tutta la prima parte, ovvero la prima metà, l’ho letta con fatica. Perché? Ve benissimo che qui ci sia un po’ di fermo delle avventure e mi sta anche bene che per aiutare il lettore a ricordarsi quello che era precedentemente successo, i pensieri e i discorsi siano inframmentati dal “ti ricordi?” e “abbiamo fatto” (ovvio in senso metaforico), ma a volte erano veramente troppi e sembrava che il racconto non riuscisse davvero mai a partire. Poi ho provato una sensazione fastidiosa: la vecchiezza dei protagonisti.

Tom Imura è sempre quello: solido, ieratico, paterno. Un guerriero in senso orientale, ma senza sbavature new age o perdite della realtà. Lui è la memoria del passato dell’umanità (insieme a quelli della sua generazione o più grandi che hanno vissuto prima dell’infezione. Bello quando descrive cosa erano i video games e come era la sua adolescenza: una narrazione nostalgica che non pesa). Mi era piaciuto nel primo volume, qui si è confermato.

Benny, Nix e Chong invece mi hanno ricordato i telefilm che guardavo da ragazzina, tipo “Dawson Creek”, dove gli attori erano, per leggi contrattuali, più che maggiorenni ma dovevano interpretare dei sedicenni: troppo stacco visibile. Posso capire che la caccia e quello che hanno vissuto in Gameland cambi il loro modo di vedere e pensare, ma l’amore lo vivono come se avessero già esperienze di esso e come, soprattutto, fossero già stati contaminati dal cinismo che colpisce gli adulti. Le farfalle nello stomaco non esistono, ma solo solidità amorosa, costruzione.

Lilah è un altro bel personaggio che fa un percorso inverso, ma assolutamente credibile: dalla rigidità e freddezza dovuti al trauma, all’umanità che fatica a capire. In un altro tipo di romanzo, per un altro tipo di pubblico, questo personaggio sarebbe rimasto una psicopatica, ma qui ci sta che abbia il riscatto umano e divenga una del gruppo.

I personaggi più interessanti sono a mio parere i comprimari e il cattivo, anche se quest’ultimo è stato un po’ sprecato alla fine (non come Darth Moul in Star Wars, ma quasi). Tutti i cacciatori che “escono dalle carte” e si incontrano per quello che sono, sono un bel quadro della situazione che gira attorno ai sopravvissuti, ma il leggendario Greenman risulta il personaggio più ieratico e necessario. E’ il vecchio della montagna, la sapienza della natura, quello che obbliga l’eroe a fermarsi e a imparare a fare i piccoli gesti perché solo quelli portano a fare quelli grandi. In un libro che deve avere una punta di eticità, questo era il personaggio che mancava; in più la sua descrizione è tipica dei racconti leggendari e mitologici del nord Europa (no, non Babbo Natale).

Poi c’è alla fine c’è Jack il predicatore. Il cattivo. La follia e la religione. La vendetta marcia. Bello, presentato bene, anche se forse era più il caso di ampliare la sua parte e non relegandolo alla seconda parte, quella più attiva. Su di lui si riversano tutte le ingiurie del lettore, perché la sua filosofia è distorta, il suo modo di fare immorale, la sua fisicità sono il giusto contrasto con i buoni.

Ultimo aspetto: l’autore ha inserito nella lettura il diario di Nix. Il diario serve a lei per capire chi e cosa sono gli zombie, come si rianimano, come si combattono etc. Un po’ scolastico, qualche raro sprazzo di “personalizzazione” da parte del personaggio, comunque utile perché fa sentire il lettore compartecipe nella catalogazione dei dati.

Alla fine, come al solito, la mia critica può essere discordante con il voto, ma se anche certi aspetti del libro non mi hanno convinta, la lettura è scorrevole, piacevole e di certo i cattivi sono tali e si riconoscono, i buoni sono lottatori e i mostri sono mostri schifosi! Sempre più contenta che gli zombie non siano stati modificati, ma anzi siano rimasti un grosso e grave problema.

Voto: 6 e 1/2

AGGIUNTA!!! Ho la memoria di un criceto morto…

Questo è il link de La Libreria Pericolante con la sua recensione al libro. http://lalibreriapericolante.blogspot.it/p/le-letture-collettive.html

Se no che senso ha leggere lo stesso libro insieme, se poi non ci si confronta? 😉 Come al solito abbiamo punti di vista leggermente differenti, ma a questo punto non possiamo che continuare le letture e quindi bisognerà capire e pianificare la lettura anche del terzo libro (dobbiamo tenerlo a mente, Ross! Qui fra i tanti libri che leggiamo poi ce ne dimentichiamo!)