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“Cristo si è fermato a Eboli” di Carlo Levi

Non fate leggere questo libro ai ragazzi a scuola perché perderebbero tempo. I giovani sono fatti per andare lontano dalla terra, mente gli adulti tornano alla terra dopo essere stati, si spera, ovunque.

Non sto scherzando, lo dico con cognizione di causa e con la certezza che per comprendere al massimo questo libro bisogna avere un insegnante che abbia sviluppato nel tempo spirito critico e abbia camminato fino a farsi venire le vesciche ai piedi e di colpo si sia fermato a contemplare la terra in tutta la sua bellezza. Perché se siete stati costretti a leggere questo libro (io l’ho sempre schivato con una maestria di campione di slalom) e vi trovate un topo da biblioteca il vostro primo istinto sarebbe di buttarlo giù dalla finestra, il libro, Carlo Levi e l’insegnante, tanto per non sbagliare.

Arrivo a spiegare questo libro che ho letto per la terza puntata del nostro “Giro d’Italia Letterario” (non vi siete persi un post, ho saltato la seconda puntata perché il libro è disperso in biblioteca e vediamo se lo trovo in prestito in altro modo), questo libro che deve raccontare la Lucania, quella che era o forse quella che è ora.

Parto prevenuta immaginandomi dai ricordi del periodo scolastico e dalle trame o recensioni che trovo su internet perché mi aspetto il solito racconto strappa vesti, con occhio melanconico o coloniale, in cui tutti muoiono o in cui la sfiga non solo ci vede benissimo ma ha preso dimora nel posto. Nei miei ricordi questo libro appare a fianco di Verga, nel suo verismo  senza speranza che tanto piace al ministero dell’istruzione per fiaccare sogni e speranze e amori di qualsiasi studente di ogni ordine e classe. Volutamente inizio a leggere il libro saltando la prefazione, con saggi di Calvino (che amo) e di Sartre (ma che c’entra?). La mia “carogna” mi da il suggerimento giusto: avrei rovinato la lettura, non tanto per eventuali spoiler (cheodio!!!), ma per aver dato a questo libro una lettura totalmente differente da quella che ho dato io, pagina dopo pagina.

Prima di tutto pur rispettando il motivo del titolo lo trovo assolutamente inadatto al racconto: Cesare e non Cristo si sono fermati ad Eboli. Dico questo perché l’opera, scritta in forma di diario, anche se non lo è, non è insita della disperazione umana e spirituale di un popolo o di una regione, ma è insita del senso di abbandono dello Stato centralista e del potere politico che si è fermato lì, appena prima di portare il progresso, ma che arriva sempre là per poter riscuotere quello che pretende. Il Dio della politica, quello che si deve adorare, ma non pregare col cuore, non c’entra con questa storia perché anche i personaggi religiosi sono talmente scevri dal senso della loro tonaca che quel nero drappo è simile a quello dei vari podestà o carabinieri. Leggi il libro e non si riesce a capire che è stato vissuto in pieno periodo fascista se non fosse per le continue citazioni della guerra in Africa oppure dei discorsi che si devono ascoltare (ma di cui Levi non riporta nemmeno un frammento di retorica). Roma è lontana, con le sue beghe, con le sue piccolezze, con la dittatura e con le camice nere. Roma è lo Stato inteso non come un partito politico, ma come un’entità sovrannaturale che trascende e fagocita ogni cosa e nello stesso tempo prosciuga e divide il suo popolo.

Questo libro viene presentato come il manifesto della povertà del meridione, eppure io non sono riuscita a leggerlo così. Non per mia ignoranza o protervia, ma se ci immedesimiamo nell’Italia degli anni ’30-40 non poche erano le zone in cui sacche di analfabetismo regnavano sovrane, dove i contadini vivevano in condizioni miserevoli, dove il treno e la strada erano un lusso e la posta un evento miracoloso. Non minimizzo, la questione meridionale viene accennata, ma con un intento ben diverso da quello che ti spacciano a scuola (dove è meglio che non mi pronunci perché se no mi vien la bile gialla…).

La Lucania è il vero protagonista del libro nella sua natura dura e martoriata, rovinata da quelli che non la capiscono (e questo capitò e capita in ogni zona d’Italia non solo al sud); prosciugata in ogni sua caratteristica per la vergogna di quelli che hanno studiato (meraviglioso e doloroso è il racconto, nelle parole della sorella di Levi, della città di Matera. E’ doveroso ricordare la storia di come ci si vergognò di quei sassi che ora l’Unesco vorrebbe immutabili); resa veritiera e orgogliosa nel suo narrare dei suoi briganti, come entità salvifiche di fronte allo strapotere dello Stato, come un gene insito nei suoi uomini il quale giace sonnacchioso nei loro corpi; nelle zanzare e nella malaria (vero problema di uno Stato incapace di badare ai suoi figli). La questione meridionale sta in quel particolare luogo nella dimenticanza delle autorità che la governano di avere rispetto e protezione di quello che viene affidato loro. Non sono i briganti, i veli neri delle donne, l’emigrazione o l’analfabetismo la questione meridionale, ma è nei maestri che non insegnano (meraviglioso e stimolante il pezzo in cui i bambini chiedono a Levi di imparare a leggere, mentre è mortificante come una povera donna venga imbrogliata dal farmacista); nel prete che non cammina con le pecore; nel podestà che è impegnato a bere il caffè, legato a un foglio di carta mentre i suoi contadini muoiono; nel truffaldino modo di mantenere un privilegio non legittimo (la farmacia tenuta dalle figlie del defunto farmacista, pur non avendo la licenza e gli studi, allungando le medicine quindi rendendole inefficaci). Questa è la questione meridionale che lo scrittore segnala in modo chiaro e senza retorica.

Levi non parla di rivoluzioni popolari, di ribaltamenti dell’ordine costituito, ma analizza con fare molto chiaro che per risolvere le situazioni basterebbe poco, anche solo impegnarsi. Vede in questa campagna coi suoi ritmi e coi suoi idoli un mondo diverso da quello di città, senza farne però l’apologia del buon selvaggio. Non ha lo spirito del colonialista o dell’entomologo che analizza l’uomo e lo vorrebbe fermo nella sua “particolarità etnografica”, ma coglie proprio come un pittore lo sguardo che anima gli animi delle persone, le loro debolezze e le loro forze, il loro fare stanco e rassegnato, il loro senso spirituale (pagano e cristiano fortissimo. Ho trovato molti punti di riferimento con un altro libro che ho letto “Ti segno e ti incanto” di Ferraguti), le loro superstizioni.

Dal punto di vista stilistico posso dire una pecca e una virtù. La virtù è la capacità di poter far vedere al lettore quello che lui ha visto nel suo anno di esilio: usa la penna come un pennello ed è stato un vero piacere attraversare la regione con lo sguardo dello scrittore, sapendo che quello che mi sto immaginando è reale e visto. La pecca è che essendo un resoconto a posteriori ha perso l’emotività e quindi è come una lunga cartolina scritta che però si imbuca quando è troppo tardi e non ci si ricorda più perché la si voleva spedire.

Tornando alla mia prima frase in soldoni un ragazzo in periodo scolastico che ha ancora una visiona manichea della vita, che si sta affacciando alla politica in quei tempi, che purtroppo subisce la manipolazione dello Stato nello studio della Storia (che come materia scolastica è trattata nel peggiore dei modi), non sa cogliere le sfumature di un’Italia che sta subendo una dittatura, che la aggira e se ne frega (cavoli, non si capisce manco che era in confino!); non può capire la grandezza antropologica della spiritualità dell’uomo che vive senza troppe sovrastrutture mentali (e senza pc!); non può cogliere la desolazione della natura o dell’uomo senza esserne davvero compartecipe. E tutto ciò non perché quel ragazzo sia stupido o meno, ma perché per leggere questo libro ci vuole un po’ di esperienza di vita, di curiosità della Storia, di voglia di guardare nelle pieghe delle fonti, di mettersi lì e domandarsi quanto è bassa la terra che si coltiva. Avessi letto questo libro a 16 anni lo avrei odiato, letto ora a 36 anni mi rendo conto che mi ha parlato come non mi sarei mai aspettata.

“Erano, in fondo, tutti (mi pareva ora di vederlo chiaramente) degli adoratori, più o meno inconsapevoli, dello Stato; degli idolatri che si ignoravano. Non importava se il loro Stato fosse quello attuale o quello che vagheggiavano nel futuri; nell’uno e nell’altro caso lo Stato, inteso come qualcosa di trascendente alle persone alla vita del popolo; tirannico o paternamente provvidente, dittatoriale o democratico, ma sempre unitario, centralizzato e lontano. Di qui l’impossibilità, fra i politici e i miei contadini, di intendere e di essere intesi. Di qui il semplicismo, spesso ammantato di espressioni filosofeggianti, dei politici, e l’astrattezza delle loro soluzioni, non mai aderenti a una realtà viva, ma schematiche, parziali, e così presto invecchiate.”

Categorie: Giro d'Italia Letterario, Letture collettive, Libri | Tag: , , , | 2 commenti

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